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domenica 15 maggio 2022

DUE RUOTE, UN UOMO, UNA FETTA DI MONDO

 di

Ettore Marino

L’Italia è una non da molto, Umberto I regna ancora, Milano prende con timidezza a debordare oltre la cinta delle mura, e un ragazzetto s’infoca d’amore per il velocipede. Il ragazzetto è Eberardo Pavesi, nato a un tiro di schioppo da Milano nel Novembre del 1883. Pioniere del Ciclismo, vinse una Roma-Napoli-Roma, un Giro dell’Emilia, alcune tappe al Giro d’Italia e, con la compagine dell’Atala, il Giro stesso nel 1912, unico anno in cui la vittoria sia stata attribuita non già al singolo ma, appunto, alla squadra. Stabilì il primato nazionale dell’ora e fu il primo italiano a riuscire a portare a termine il proibitivo Tour de France. Ritiratosi dagli agoni, diverrà direttore sportivo ora della Bianchi ora della Legnano, scopritore certissimo di talenti, personale consigliere dell’organizzatore del Giro d’Italia. Per la dinamica generosa simpatica capacità affabulatoria, Pavesi sarà soprannominato l’avocatt. Gianni Brera gli fu grande amico. Conversavano a lungo, i due saputi figli di Lombardia. Nel 1952 Brera ne caverà un libro, L’avocatt in bicicletta, che dodici anni dopo vedrà nuova luce d’edizione col titolo, proposto da Mario Soldati e da Orio Vergani, di Addio, bicicletta. Brera morrà, per incidente d’auto, nel Dicembre del 1992. Pavesi si era spento nel Novembre del 1974. Noi, oggi, andremo un po’ sgroppando lungo i ghiaiosi sentieri di Addio, bicicletta.

Ghiaia infatti, e sentieri, e un canale pescoso e orti infestati di zanzare si schiudono oltre Porta Romana, là dove il padre di Eberardo ha aperto un forno. Curioso e vigile, il ragazzo patisce suggestione dalle scritte latine campeggianti sul frontone della Porta. Mai le comprenderà. Studia, e lavora con il padre. Il velocipede è roba da ricchi. Evolve presto in bicicletta. Eberardo riesce ad acquistarne una impegnando l’orologio. Le prime corse cui partecipa vengono organizzate da un iracondo e buffo venditor di gazzose. La fame è mostro vinto però non debellato, l’operosità innerva le ore e gli attimi; i vizi, quelli di sempre: vino, tabacco, prostitute. Ma Eberardo è sobrio. Ha una passione, e la coltiva. Il mondo del Ciclismo prende a organizzarsi, la stampa sportiva cesella i primi suoi eroi. Eroico è per Pavesi trionfare nella Roma-Napoli-Roma. Vede altre cose, accenti nuovi gli giungono all’orecchio. Roma è altera e distante, plaudente e calorosa è Napoli, benché il cielo incupisca, e tuoni pioggia e fulmini riempiano l’aria di sé e i petti di paura. A Eberardo che vince, la Città eterna si disvela “d’un soffuso color rosa sui colli, d’un tenue violetto in piano”. Tornerà a vincere, il Pavesi. Conoscerà sconfitte che lo rafforzeranno nella saggezza ereditata con la nascita. 

Bisogna però andare in Francia. Là il Ciclismo ha una più intensa nobiltà: più aspra e più elegante insieme; più consapevole di sé. I nostri sono ingenui. Luigi Ganna divora, con tutta la buccia, due o tre di quelle che gli erano parse zucchine di varietà ignota. Scoprirà poi che si chiamano banane. Le scritte in francese suggestionano; deludono appena tradotte. Solo Pavesi conclude la corsa. A Milano lo attendono la banda musicale e le più alte autorità.

Il silenzio e il sorriso d’una giovane sposa sono il solo ricordo che casto affiori da un Giro di Sicilia. Pavesi ha rotto il telaio. È solo. Si dispera. Alta sul proprio mulo, compare l’ammantellata sintesi di un brigante nostrano e di un predone d’Arabia. Offre aiuto. Conduce il giovane a casa, dispone che la moglie gli porga cibo e bevande, e si allontana col telaio. Seduto sulla soglia dell’abituro, Eberardo sorseggia marsala tra un boccone e l’altro di buona cacciagione. L’uomo ritorna. Ha fatto riparare il guasto da un meccanico amico. Pavesi può rimontare in sella. Ringrazia con calore. La donna, sempre tacita, gli sorride per l’ultima volta.

Un mondo intero si muove e palpita nel libro. Atleti organizzatori giornalisti meccanici medici, diseredati in cerca di riscatto, popolani in ansia di ricchezze, snob che passano obliqui lungo il diorama delle cose, padri sempre meno scontenti della strana passione dei figli diventata mestiere e fonte di benessere, spose cui tornerebbe grato di avere al fianco un uomo che si dedichi a un lavoro più placido e più certo di quel perenne e faticoso scorrazzare, fazioni di tifosi, tipi arguti e balzani, sobri uomini d’affari… Brera ha lasciato da subito che Pavesi parlasse in prima persona, sì da offrirci un’autobiografia scritta da un altro. Senti odori, sapori, polverose secchezze di strade, piogge che impastano la terra e l’anima. Ti abbandoni alla pagina, e tuo si fa il senso di morte che scende in gola al corridore in preda al freddo e alla fame sulla costa d’un monte di cui ignora il nome; ti abbandoni alla pagina, e cola per le stesse tue membra la grazia della vita che torna per virtù d’una rustica zuppa, di acqua calda, di vino offerti all’atleta da un contadino il cui nome resterà ignoto per sempre. Vedi ciò che fu visto, senti ciò che fu sentito. Rapido è il ritmo, sapida la lingua. Lombardismi disciolti nel flusso dell’italiano, dialoghi in dialetto, o in francese. Nulla è casuale, e tutto è come se lo fosse.

Gli anni passano. Milano arricchisce, erompe oltre le mura, il contado diventa città. I grandi di domani prendono a incidere sul marmo il proprio nome: l’ingenuo Belloni, l’astuto Girardengo, il cupo Henri Pélissier. Pavesi resta vedovo al primo parto della moglie. Torna a sposarsi. C’è la guerra. C’è la spagnola. Ultima corsa, nel 1919, a Napoli, dove gli vogliono un gran bene. Pavesi annuncia il proprio ritiro guardando “il mare, placido sotto la luna, le luci dei pescatori, tremolanti lontano”. Sente le lacrime montargli irrefrenate, e pudore gli impone di fingere di raccattare il tovagliolo sotto la tavola. Torna a Milano. Appende la bicicletta al chiodo.

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 15/V/2022

domenica 8 maggio 2022

PRESENTAZIONE

 di

Ettore Marino

Se il foglio che ti ospita non coltiva la prassi di alterarti o forzarti a alterare il tuo dettato per la fifa malsana che possa allontanare chi dello scritto tuo non si sarebbe curato comunque; se il foglio che ti ospita non reputa il lettore sciocco al punto da doverglisi ammannire soltanto quello che sa già, scrivere acquista un senso. O meglio, lo mantiene. Rispetto pieno di me autore, della pagina mia, e del lettore insieme ad essi, incontrai, nei mesi trascorsi, presso Le nuove ere e presso L’eco dello Jonio. Medesimo rispetto mi promette quest’oggi Mario Gaudio, sapiente e cortesissimo fondatore di Terre letterarie. Vi scriverò di varie cose: pensate tutte quanto più intensamente e quanto più lealmente mi sarà riuscito, tutte scritte secondo il mio estro, e perciò come meglio avrò potuto. A prevenire, e pure un poco a soddisfare, chi di me si chiedesse, di me dirò nel pezzo odierno: per quel poco che occorre e che sarà bastevole. Delle mie ore e dei miei giorni, infatti, nulla ha da importare ad alcuno. Chi legge sappia perciò che, arbëresh di Vaccarizzo Albanese, nacqui a Cosenza nel 1966; che ho collaborato e collaboro con varie gazzette cartacee e digitali; che nel 2018, per Donzelli editore, è uscita la mia Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri; che nel 2021 è diventata libro, per le edizioni ilfilorosso, una mia raccolta di liriche intitolata Patibolo; che appena pochi giorni addietro Rubbettino mi ha edito Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi; che da un po’ di anni in qua mi diletto a partecipare come autore di testi al Festival della canzone arbëreshe che si tiene ogni Agosto in San Demetrio Corone; che ho scritto molte altre cose che forse rimarranno sempre inedite; che l’immagine apposta all’articolo odierno è quella che ho scelto per la mia lapide; che, come a ognuno di noi, la pandemia m’ha rotto il cazzo. 

E in vari snodi della stessa, secondando ora bizzosi ora bizzarri ora affettuosi umori, intrattenevo amiche e amici inviando loro per WhatsApp quando un’Ottava, quando un’Odicina. Ripropongo al lettore di Terre letterarie le meno impresentabili.

1 A chi mi chiede in dono rime nuove; / a chi né rime o altro mai mi chiese; / a chi d’affetto mi diè mille prove; / a chi con me fu appena un po’ cortese, / dico che sordo o stronzo è il sommo Giove / che i preghi nostri alla rovescia intese. / Che valse mai gioir se ci fu festa? / I giorni se ne vanno, il morbo resta!

2 Il mondo era arancione e adesso è giallo. / Fu azzurro, lo ricordo, e verde, e viola; / tornerà presto rosso e, senza fallo, / seguiterà l’isterica caròla / di mutar tinta a ogni cantar di gallo / per chi piange o ridendo si consola. / Viviamo in un perenne arcobaleno: / ma quando il cielo tornerà sereno?

3 Benché ci assalgano / da mille lati / virus terribili / sempre più irati; // benché impossibile / torni capire / se vaccinandoci / si va a morire; // benché il pandemico / morbo funesto / non mostri animo / d’andar via presto; // benché le scatole / (mi perdonate?) / per spasmi ed ansimi / sian frantumate; // a tutti io auguro / oltre ogni pena / una domenica / lieta e serena!

4 Saette e fulmini, / tuoni e procelle! / I nervi fremono / a fior di pelle; / giungono a torcersi / pure le ossa: / l’Italia è rossa! // Non è politica, / non è il conato / d’un ecumenico / più giusto stato. / È cosa semplice, / banale e dura: / è una rottura! // Sempre tra maschere, / sempre coi guanti, / sempre un isterico / fuggir gli astanti / correndo a chiuderci / per prevenzione: / è una prigione! // Ma un dono timido, / tremulo e fioco, / giunge via etere / a voi per gioco. / Non domandatevi / che cosa sia: / è una poesia…

5 Mi vaccinai. Tal fu il dovere mio. / Ma ancora, amici, non mi sono accorto / (e in ansia atroce lo domando a Dio) / se il mio naviglio tocca o lascia il porto, / se sono un altro o sono sempre io, / se sono ancora vivo o son già morto. / Proprio per questo è detto in un poema: / “Ettore o non Ettore è il problema!”

6 Ho dormito come un ghiro, / sono uscito a fare un giro: / una lunga passeggiata / lieta maschia indiavolata. / Nutro tutti i desideri / che nutrivo ancora ieri. / Torno a casa. Dallo specchio / mi sorride un brutto vecchio. / Guardo attento: sono io stesso, / folle prima e matto adesso, / e a voi tutti scrivo che / vaccinato sto da re!

7 Ho fatto la mia dose di richiamo, / e sento il gatto conversare in greco / con un pesce che, sceso giù dal ramo, / rulla una sigaretta e la offre a un geco. / Urlo a me stesso dallo specchio: “Io t’amo!”, / ma mi trilla all’orecchio un grillo bieco / che dice: “Assai giocasti a fare il pazzo; / ora lo sei, mio povero ragazzo!”

8 Corron voci striscianti appiccicose / nauseabonde arcisteriche villane / metalliche arroganti minacciose / più d’un ringhio famelico di cane. / Dicono: “Ci sarà una terza dose…” / Quadrare il cerchio o inverginar puttane? / chiedere al cieco qual è mai la via? / morir di morbo ovver di terapia?

9 E venne l’ora della terza dose. / I medici, saputi, l’hanno detto. / Sogno ruscelli, sogno caste rose, / brezze sul volto, amori immani in petto. / Sogno, sogno, e mi destano le odiose / punture al braccio, come un reo dispetto. / E anelando con l’anima all’Eterno, / di dose in dose rotolo all’inferno.

10 Un raffreddore timido e vigliacco; / una tossetta stizzosuccia e fioca; / un sentor d’ossa rotte e corpo fiacco; / una voce stagnante e vana e roca… / Penso: “Ho la peste anch’io, perdincibacco!” / Lo penso, e la mia pelle si fa d’oca. / E a fugare la nera fantasia / a perdifiato corro in Farmacia. // Entro. Racconto tutto. Su pel naso / mi conficcano un tùbulo sapiente. / Temo di sangue un infernal travaso; / temo di venir meno immantinente; / temo che il sole mio tocchi l’occaso; / temo di evaporare nel mio Niente. / Ma con volto materno, pio, giulivo, / la farmacista esclama: “Negativo!” // Negativo! - e ritorna ogni vigore; / negativo! - e vaniscono i pensieri / d’un sangue che per sempre lasci il cuore; / negativo! - e seimila desideri / mi corrono le membra in lieto ardore. / Vivo e felice oggi come ieri, / e domani ancor più. Ciò voglio e spero: / per me, per te, per l’Universo intero!

E con la speranza di una universale felicità, nonché con quella assai più piccina ma non meno intensa di averti segnato sul volto un sia pur pallido sorriso, ti saluto, o lettore, e ti rimando alla prossima.

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 8/V/2022

lunedì 2 maggio 2022

DISINGANNI E SPERANZE NEI VERSI DI AGATINA MAIURANO

 di

Mario Gaudio

Una delle illusioni più infide, generate ed alimentate dalla società capitalistica, consiste nell’edulcorare il tema del dolore, seppellendo sotto strati di merci e consumismo difficoltà esistenziali che, da sempre, hanno accompagnato la traviata storia dell’umanità.

Manipoli di grafici e pubblicitari si affannano ad imbellettare la realtà, costruendo mondi d’apparenza che scorrono suadenti e colorati tra le pagine del web e i canali televisivi: immaginarie classi di alunni ‒ inopportunamente ordinate ed immuni dalle vivacità e dagli schiamazzi della giovinezza ‒ posano a favor di camera, mostrando la bontà dell’ultimogenita merendina industriale; famigliole sorridenti si ritrovano sotto i riflettori per magnificare improbabili colazioni mattutine rigorosamente esenti dalle inquietudini passate e venture della giornata lavorativa e obbligatoriamente aperte ad uno scodinzolante animaletto domestico che, alla stregua della prole, si avventa allegro su prodotti scrupolosamente etichettati come biologici e italiani; atletici settantenni si prodigano in urbane maratone grazie all’azione di unguenti medicamentosi a cui adeguate simulazioni computerizzate attribuiscono il potere di penetrare fin quasi dentro le midolla.

Insomma, il dominio della sembianza imperversa nel postmodernismo, instillando fumose certezze all’abitante di collettività sempre più liquide in cui, more solito, si tenta di esorcizzare i problemi, il male e persino la morte per mezzo di un massificante ricorso alla superficialità e all’immagine di un finto e relativo benessere. 

Tale logica, imperante e preoccupante allo stesso tempo, viene frantumata dai versi di Agatina Maiurano che, benché semplici e affatto avvezzi alle tradizioni della metrica, riportano al centro della riflessione la vita ‒ nelle sue molteplici sfaccettature ‒ e i sentimenti più genuini.

L’estenuante prova della malattia e la perdita prematura di un figlio hanno reso granitica la tempra dell’autrice che, ricorrendo alla poesia, porta avanti un’azione di progressivo disinganno consistente nella rivalutazione oggettiva della dimensione della sofferenza.

Attraverso il silenzio, brillantemente definito «rumore dell’anima» (Il silenzio), e i ricordi ‒ «Che potere hanno i ricordi! / Possono regalarti un sorriso o un eterno rimpianto, / comunque ti fanno sentire vivo» (Il ricordo di un sorriso) ‒ la Maiurano compie un personale percorso di catarsi che, partendo dalla commovente ricerca di un’immagine cara che va progressivamente sbiadendosi ‒ «Cerco tra la gente il tuo volto ormai lontano» (Ti cerco) ‒, approda ad un’esortazione che assurge quasi ad armonica regola del buon vivere («Trasforma i tuoi veleni in miele / e camminerai nell’aria», Uomo). Il risultato di questo itinerario psicologico-letterario è un profondo senso di gratitudine che assume dimensioni cosmiche ed è corroborato costantemente da una fede che fornisce lume e consiglio anche nelle vicissitudini più intricate ed amare.

Nei tristi giorni in cui la morte pasteggia famelica sui disumani campi di battaglia ucraini, il volumetto di Agatina Maiurano ci offre un messaggio di speranza. Basta ciò per renderne necessaria e costruttiva la lettura.

Spezzano Albanese (Spixana), 02/V/2022

mercoledì 19 gennaio 2022

LA VERGINE DELLE GRAZIE NEL NUOVO STUDIO DI CESARE DE ROSIS

 di 

Mario Gaudio

La scultura policroma della Madonna di Spezzano Albanese è il recente, ultimo ‒ a detta dell’autore, ma auspichiamo che così non sia ‒ studio di Cesare De Rosis sul simulacro mariano venerato nella ridente cittadina d’Arbëria.

L’essenza del volumetto, per quell’implacabile legge in virtù della quale gli scritti son frammenti d’umanità impressi su carta, non può essere compresa se non alla luce dei tria corda dell’autore stesso che, forte della sua triplice condizione di sacerdote, storico dell’arte e nativo della comunità, approfondisce la ricerca sul tema, spaziando con un’ottica esperienziale più vasta ed empatica verso il territorio e le sue tradizioni.

Certamente non nuovo a tale genere di indagine ‒ i primi scritti in proposito son datati 2004 ‒, De Rosis conduce il lettore sull’accidentato percorso della Storia, ricostruendo passaggi poco chiari per mezzo di un’adeguata documentazione e non dimenticando di raccontare le vicende degli albori, lì dove il dato storico, la fantasia popolare e l’umile devozione si fondono in una mistura indefinita e indefinibile che addita nel ritrovamento casuale della statua in mezzo alla sterpaglia l’origine del locale culto mariano. 

Tuttavia, al netto del topos del rinvenimento, emerge dalle pagine del volumetto il fervore commerciale e sociale dell’intera vallata compresa tra i fiumi Crati ed Esaro in età tardomedievale e l’importanza di un movimento migratorio monastico che spinse un gruppo di Agostiniani della vicina Terranova da Sibari a fondare in terra di Spezzano un cenobio intitolato a san Giacomo.

Proprio a quest’epoca si fa risalire il simulacro della Vergine ‒ la datazione è collocata al XIV secolo ‒ e la semplicità dei materiali utilizzati (mattoni crudi di paglia e fango, cannucce palustri e malta) pare confermare questa ipotesi e rispecchiare l’umiltà del tenore di vita delle locali popolazioni contadine e dei solerti religiosi di sant’Agostino.

Non manca una interessante serie di confronti tra la statua spezzanese e simili rappresentazioni scultoree sparse per l’Italia ‒ è il caso della Vergine con il Bambino di Domenico da Tolmezzo presente nella chiesa di S. Maria a Borgnano (Friuli Venezia Giulia) ‒ e per il mondo (si segnala, ad esempio, la significativa affinità con la Vergine di Escornalbou in Spagna).

Come giustamente rilevato nella brillante prefazione di Lorenzo Coscarella, la Madre di Dio è uno dei soggetti più rappresentati nella storia dell’arte di tutti i tempi e ciò, unito alla fede, ha indotto gli emigrati di Spezzano a portar con sé le vestigia del culto nelle terre d’approdo e a dar sembiante concreto alla devozione attraverso la realizzazione di sculture molto simili a quella lasciata in terra natìa (si veda la Madonna delle Grazie di Bristol).

Gli occhi del Bambino in grembo alla Patrona della cittadina arbëreshe si fissano su un punto lontano e imprecisato. A noi, frastornati figli di questi tempi incerti, piace pensare che essi siano puntati su un futuro gravido di speranza, ma non dimentico degli insegnamenti di un passato carico di valori su cui l’opera di De Rosis apre uno spiraglio.

Spezzano Albanese (Spixana), 19/01/2022

domenica 16 gennaio 2022

LA CAMPAGNA SMITIZZATA DI EDUARDO APA

 di

Mario Gaudio

La tendenza ad idealizzare la campagna ha attraversato, da tempo immemorabile, la storia della letteratura, raggiungendo il suo culmine o toccando il baratro ‒ è questione di punti di vista ‒ con l’Accademia dell’Arcadia (1690) che, pur avendo il pregio di ricollegarsi alle idealità classiche, commise l’infausto errore di contrapporsi al ridondante Barocco attraverso fatue pastorellerie che ebbero il demerito di offrire l’immagine di una natura idilliaca ma palesemente aliena dalle reali condizione esistenziali.

Ben più accorti dei letterati furono certamente i pittori che, probabilmente esercitati nella pratica dell’osservazione della quotidianità, avevano già denunciato la proverbiale nudità del re, mostrando come la levità della Natura fosse minacciata continuamente dalla corruzione della morte.

Tanto il Guercino (1591-1666) quanto il francese Nicolas Poussin (1594-1665) distrussero l’idea di una campagna primigenia popolata da ninfe e rustiche divinità, dando vita ad emblematici dipinti ‒ intitolati Et in Arcadia ego ‒ in cui la semplicità dei pastori è sconvolta dall’incontro con l’implacabile comune destino rappresentato sotto forma di teschio e di pietra tombale. 

Senza scomodare gli scritti di Erwin Panofsky ‒ ai quali il paziente lettore potrà ricorrere sua sponte per vagliare le varie interpretazioni delle opere d’arte citate ‒, constatiamo il netto ritardo della letteratura italiana ‒ salvo sporadiche eccezioni ‒ nell’accettare e nel raccontare il vero volto della campagna e della vita agreste.

Occorrerà attendere il Verismo ottocentesco ‒ consanguinea espressione del Naturalismo transalpino ‒ per avere un quadro sufficientemente chiaro della reale vita nei campi e, benché in netto ritardo rispetto alle convenzionali scansioni temporali, lo stesso Ritorno alla Piana di Eduardo Apa può oggettivamente essere considerato romanzo verista.

Il lettore dal palato fine potrebbe obiettare la nostra affermazione, agitando il vessillo del Neorealismo, ma è bene far chiarezza, negando questo fregio all’opera dello scrittore terranovese che, a conti fatti, si concentra sulla narrazione di vicende e spazi senza diventare portavoce di istanze politiche o sociali di qualsivoglia colore ideologico.

Apa si presenta dunque nei panni di un verista fuori tempo, ma sicuramente non meno valido rispetto ai nomi d’eccezione che fecero la fortuna di tale corrente letteraria. È necessario anzi evidenziare il punto di forza del nostro autore che può esser fatto coincidere con la lettura della vita rurale secondo una prospettiva borghese e, pertanto, diversa e distante da quella aristocratica del siciliano Verga e da quella proletaria del calabrese Saverio Strati.

Apa delinea una campagna smitizzata, lontana da fasti, riti e miti dell’antichità e caratterizzata da sacrificio, delusione e duro lavoro. La piana di Apollinara non è più gaudente terra della Magna Grecia e il sibaritismo esistenziale dei tempi passati è divenuto pericolosa mistura di dramma e lotta per la sopravvivenza.

Gli stessi protagonisti del romanzo sono inconsapevoli latori di un inevitabile genetico degrado dal quale tentano di fuggire imboccando strade divergenti e inconciliabili: Michele sprofonda nella rassegnazione ‒ forse retaggio di una superficiale formazione cristiana ricevuta nell’infanzia ‒, mentre sua moglie Rosa precipita nel pericoloso mondo dell’illusione. Entrambi si allontanano comunque dalla realtà e innescano quel processo che li condurrà ‒ attraverso incomprensioni, silenzi e conflitti interni ed esteriori ‒ ad una frattura che si ricomporrà solo con l’approssimarsi della morte.

Tra i biondi campi di grano di Apollinara si consuma l’agreste bovarismo della giovane Rosa che, moglie e madre, non riesce ad accettare la propria condizione, ma si logora dinanzi all’arrendevolezza e «al fare di cane bastonato» del consorte sino al punto di concedersi anima e corpo all’unica novità che rompe la monotonia della contrada: il giovane ingegnere comasco giunto per dirigere i lavori di costruzione della nascente strada.

L’apparente quiete rurale cela dunque gli incontrollati moti della passione amorosa che vien declinata nelle sue differenti forme: il rapporto tradizionale ‒ tipico di passate stagioni patriarcali ‒ di Michele, la relazione adulterina di sua moglie, il corteggiamento ciarliero e inconcludente del cugino Gregorio e quello volgare e istintivo di Nicola.

Lo scenario che ne consegue contempla la fuga della donna fedifraga e la necessità di placare i pettegolezzi del vicino paese di Terranova per mezzo di una improvvisata e temporanea emigrazione in Svizzera del marito tradito.

Solo alla fine delle peripezie in terra straniera, ci sarà la riconciliazione tra i due sposi, momento di elevazione del romanzo favorito dalla sostanziale remissività caratteriale di Michele e dalla grave malattia di Rosa. 

Il ritorno ad Apollinara potrebbe sembrare la conclusione di un ciclo, ma l’intervento della morte ne impedisce la realizzazione e il protagonista, rimasto vedovo, si avvia a compiere un profondo lavorìo interiore che ‒ per rimorso o semplicemente per incoscienza ‒ lo indurrà ad assumersi il pesante fardello della colpa e ad assolvere la defunta consorte adultera. Ne è testimonianza l’affermazione finale con cui l’uomo risponde alla curiosità della giovane nipote che domanda informazioni sulla nonna: «Rosa era un angelo, noi non la meritavamo e Dio se l’è presa».

L’intera vicenda costruita da Eduardo Apa richiama ‒ con le dovute differenze stilistiche e strutturali ‒ i fatti raccontati da un altro Eduardo ‒ De Filippo all’anagrafe ‒ in Chi è cchiù felice ‘e me!, commedia datata 1929 in cui l’apparente serenità familiare di un piccolo possidente (Vincenzo) è distrutta da un fuggiasco (Riccardo) capitato lì per caso e divenuto amante della giovane moglie Margherita.

Una nota a parte merita il personaggio di Biagio, vicino di casa e fedelissimo amico del protagonista, che, a ben vedere, risulta essere l’unico vero soggetto positivo della storia. Egli incarna l’emigrato ritornato in patria con nuove idee e con l’esperienza di un lungo e sofferto lavoro. Sarà proprio lui a far fruttare le terre incolte di una masseria confinante e a tracciare, nella tragedia del tradimento, l’unica via di fuga per salvare l’onore di una famiglia dalle bramose chiacchiere paesane.

In conclusione: Apa demitizza la campagna ‒ «gli allor ne sfronda» ‒ e mostra come, al di là degli interessanti risvolti etnoantropologici, tra i filari delle vigne, le messi e gli ulivi albergano sentimenti talvolta ferini che contrastano con la patinata placidità del paesaggio.

Ritorno alla Piana è un viaggio alla ricerca della verità e, in tempi tristi e bui come quelli attuali, mettersi in cammino non può far che bene.

Spezzano Albanese (Spixana), 16/01/2022