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domenica 4 settembre 2022

LA BRILLANTE VITA DI EDOARDO PANDOLFI NEL NUOVO LIBRO DI ALESSANDRO PERRONE

 di

Mario Gaudio

La medicina è scienza composita e complessa la cui storia ‒ affascinante e a tratti intricata ‒ è popolata di saperi sedimentati nel corso dei secoli, innovazioni tecniche, sviluppi sperimentali e intuizioni di uomini forgiati nello studio e nella pratica costante dell’osservazione di segni e sintomi dell’organismo e della psiche.

Se la recente esperienza pandemica ha ribadito con vigore il profondo senso di abnegazione e l’altissima missione civile del personale sanitario, è bene ricordare che la storia annovera figure di notevole profilo che, pur operando in disagiate realtà di provincia, hanno comunque contribuito a lasciare una impronta significativa nel contesto della letteratura medica.

Ne è esempio lampante Edoardo Pandolfi (1827-1919), medico, naturalista e storico di Mormanno le cui vicende umane e professionali sono ricostruite, con dovizia di particolari, nel nuovo libro di Alessandro Perrone, scrittore e chirurgo oculista presso l’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza.

Pandolfi, appartenente ad una nota famiglia del patriziato locale, conseguì la laurea in medicina a Napoli (1848), formandosi al seguito di illustri clinici che fecero della capitale del Regno delle Due Sicilie un indiscusso centro di riferimento per la ricerca medico-scientifica dell’epoca. 

Benché allettato dal fermento culturale partenopeo, Pandolfi decise di ritornare in terra natìa, ricoprendo per lunghissimi anni il gravoso incarico di medico condotto e assistendo con passione una popolazione falcidiata da malattie endemiche, da una fame atavica e da discutibili condizioni igieniche. Pertanto, accompagnato dalla inseparabile borsa di cuoio, percorse le vie del borgo e i sentieri di campagna per entrare in case benestanti e tuguri, assistendo moribondi e partorienti, applicando medicamenti su ferite ed eseguendo interventi chirurgici su improvvisati tavoli operatori.

Tuttavia, l’indole curiosa e predisposta allo studio, nonché la fama di impareggiabile diagnosta ‒ dote che gli valse l’appellativo di Cardarelli calabro-lucano, con evidente riferimento al celebre clinico Antonio Cardarelli (1831-1927) ‒ spinsero Pandolfi ad intrattenere proficui rapporti di collaborazione con prestigiose riviste medico-scientifiche quali Il Filiatre Sebezio di Napoli, La Gazzetta Medica delle Calabrie e La Lucania Medica.

I suoi saggi ‒ in gran parte riportati in ristampa anastatica nel libro di Perrone ‒ mostrano innata acutezza nella descrizione dei sintomi e, soprattutto, la versatilità di una mente capace di spaziare dalle indagini sulle conseguenze dell’avvelenamento da semi di moco alle riflessioni sugli effetti della puntura dello scorpione.

Nel 1872, Pandolfi divenne socio ordinario della rinomata Regia Accademia medico-chirurgica di Napoli, presentando dinanzi al qualificatissimo consesso un approfondito studio sulla còrea.

Tale meritato riconoscimento introdusse il brillante medico calabrese nel gotha della medicina italiana di fine Ottocento, ma egli preferì continuare la sua missione nell’umile provincia, mostrando un sempre maggiore attaccamento al territorio attraverso una serie di studi sulle tradizioni storiche e folcloriche pubblicate a suo nome.

Convinto sostenitore della diffusione popolare della cultura, Pandolfi divenne presidente della Società Filomatica Mormannese (fondata nel 1869 dal poeta Francesco Minervini e ospitante soci onorari del calibro del Manzoni e Cesare Cantù) e partecipò, in ampio anticipo sulle mode e sui tempi, alla Società Italiana per l’emancipazione della donna.

Da tutto ciò emerge il ritratto di un uomo coltissimo che, sebbene lontano dalle grandi città, ha saputo fornire un contributo importante alla ricerca medica nel periodo cruciale in cui le scoperte in campo chimico, fisico e biologico e le novità tecnologiche (termometro clinico, stetoscopio, oftalmoscopio) determinarono una incisiva evoluzione della medicina.

Alessandro Perrone ci offre la biografia di un calabrese illustre, colmando un vuoto negli studi storici e fornendo spunti per future ricerche sul ruolo di personaggi ingiustamente poco approfonditi il cui operato ha trasceso la microstoria locale, inserendosi a pieno titolo nel circuito più ampio delle vicende nazionali.

L’oggettività della ricerca, la chiarezza dello stile, la scorrevolezza del linguaggio ‒ tipica di un'opera divulgativa non esente comunque dai necessari termini tecnici ‒ contribuiscono ad impreziosire il lavoro dell’autore rendendo, in ultima analisi, il libro in questione gradevole lettura per gli appassionati di storia e dintorni.

Spezzano Albanese (Spixana), 05/IX/2022

venerdì 26 agosto 2022

MISERIE E NOBILTÀ DEL VOTO IN CALABRIA. IN MARGINE AL LIBRO DI FRANCESCO PERRI

 di

Mario Gaudio

La storia ‒ si sa ‒ è scienza esatta e, in quanto tale, nasce e si sviluppa attraverso ben definite metodiche di ricerca, raccolta, analisi e interpretazione di documenti.

Per mezzo di precise operazioni lo storico compie il miracolo della restituzione al presente di nomi, date, luoghi e fatti coraggiosamente strappati alle grinfie del tempo e dell’oblio.

Basterebbero queste pochissime righe a raccontare il lavoro certosino compiuto da Francesco Perri nel volume Il voto in Calabria, ma è doveroso fornire al lettore almeno qualche indicazione sulla genesi dell’opera e sulle sue peculiarità.

Perri è da sempre frequentatore di archivi polverosi e poco conosciuti e con istinto e accortezza raccoglie appassionatamente informazioni sulle vicende storiche del suo paese natale ‒ Vaccarizzo Albanese ‒, estendendo costantemente lo sguardo oltre il campanile e leggendo i fatti del proprio borgo in una prospettiva più ampia che abbraccia l’Arbëria, la storia calabra e quella nazionale.

Pertanto, il suo cammino di ricerca progredisce per cerchi concentrici e il ritrovamento di documenti relativi alle tornate elettorali della piccola comunità natìa lo ha indotto ad approfondire i legami con le realtà viciniori di San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese e Santa Sofia d’Epiro. 

Non pago della sua indagine, l’autore ha inteso intraprendere un ulteriore percorso di analisi, valutando i dati elettorali dei comuni arbëreshë appena citati alla luce dei risultati maturati nelle urne calabresi nel corso delle varie elezioni susseguitesi in Italia.

Ne emerge un quadro estremamente interessante e variegato con puntuali elenchi di nomi, appartenenze politiche, contrassegni, percentuali e numeri di preferenze.

Se attentamente interpretate, le notizie relative alle comunità albanofone poste alla destra del Crati ci raccontano di un microcosmo inaspettatamente vivace in cui ai podestà di nomina regia del Ventennio seguono sindaci e giunte municipali eletti dopo campagne elettorali infuocate dal punto di vista ideologico e umano.

Scorrendo i lunghi elenchi dei candidati, affiorano i nomi di vecchi e cocciuti idealisti, improvvisati strateghi, trasformisti d’ogni sorta, pazienti personaggi capaci di spogliarsi delle vesti di anonimi gregari per divenire protagonisti di primo piano delle vicende politiche.

Accanto agli uomini si delineano i fatti e, in particolar modo, i locali apparentamenti tra democristiani e comunisti ‒ quasi precorritori del Compromesso storico degli anni Settanta ‒ e le strane e sante ‒ si fa per dire ‒ alleanze tra esponenti del MSI e del PCI riuniti sotto un unico simbolo.

Perri colma col suo libro una vistosa lacuna negli studi storici d’Arbëria e con meticolosità, imparzialità e sapienza lascia che siano i numeri a parlare, offrendoci un excursus statistico di valore che acquisisce ancor maggiore importanza in tempi di sbiadite controfigure politiche e di campagne elettorali divenute appannaggio esclusivo di massmediologi e pubblicitari.

Insomma, la politica dai mille volti e dagli altrettanti vizi popola le pagine de Il voto in Calabria, sfoggiando miserie e nobiltà personali e sociali ma inducendo, nello stesso tempo, una sorta di rimpianto per epoche in cui le elezioni incarnavano realmente la massima espressione dello spirito democratico volto a decapitare definitivamente ogni pretesa fondata sul diritto di sangue o su quello divino. Ciò rende il libro di Perri preziosa miniera di informazioni, ma anche e soprattutto punto di riferimento per valori ideali che il buon senso ci invita quanto prima a recuperare.

Spezzano Albanese (Spixana), 26/VIII/2022

lunedì 18 luglio 2022

SE IL GOL NON ERA BELLO, SE BELLI ERANO I VERSI

 di

Ettore Marino

 

Philip Anthony Dark, maestro di Football e di cent’altre cose, in un remoto pomeriggio in cui il sole stentava a morire sulla polvere gialla del nostro campo di allenamento, fece notare a tutti noi suoi discepoli che un tiro banale che va in rete sarà, sì, dimenticato, ma quella rete potrebbe averti fatto vincere l’incontro. “E chi” concluse “chiamerà mai banale una vittoria?”

La gioventù è cosa bella; squallida e trista la vecchiaia; penosa è un’esistenza di sempre uguale fatica; l’amore è dolce, ed è il solo e fugace riscatto... Assentire è spontaneo. Banalità? Lo sono, se enunciate così, secche e crude. Cantate da un poeta, e il poeta è Mimnermo, diventano altro, e ci nutrono, e la loro vittoria sta in ciò. Che le scelte degli uomini e il naufragio dei testi abbian ridotto Mimnermo a quasi mero poeta dell’età verde e dell’amore, è un fatto che inquieta solo chi di certe inquietudini va pedantescamente a caccia. Mimnermo (pedante non è dirlo, ma sdegnarsi che altri lo ignori) cantò pure le antichità della sua gente, e fatti d’arme. Ce ne rimangon due frammenti: palpitante e bellissimo uno, ma eviteremo di tradurlo. Nel possesso comune e sancito di chi frequenta la poesia greca, Mimnermo rimane il tedoforo dei troppo brevi doni che Amore fa strappare alla lieta stagione che fugge. “Vita o dolcezza è mai senza Afrodite / d’oro? Ch’io muoia prima che in me tacciano / l’amore che si cela, i dolci doni, / il giaciglio - quei fiori che uomo e donna / strappa alla gioventù. L’aspra vecchiezza / incombe, ci fa squallidi, malvagi; / attossica la mente con immoti / pensieri cupi, disfa la dolcezza / del sole, della luce, rende odiosi / ai ragazzi, e le donne ci disprezzano. / Orrenda volle la vecchiezza un dio.” 

Il Sole, figlio di Iperione, il Sole sempre giovane, che comunque dà vita e dà gioia, il Sole stesso dura pena perenne. “Fatica d’ogni giorno è il destino del sole. / Né mai c’è tregua alcuna, per lui, pei suoi cavalli, / dacché l’Aurora dalle dita di rosa lascia / l’Oceano e torna in cielo. Pei flutti lo conduce / un concavo giaciglio, alato, a fior dell’acqua. / Fu la mano di Efesto a lavorarlo in oro / prezioso. Egli vi dorme rapito dalle terre / d’Esperia alle contrade etiopi, dove il carro, / dove i cavalli attendono la luce dell’Aurora. / Là il figlio di Iperione rimonta sul suo cocchio.”

Per il suo sposo, un leggiadro mortale di nome Titono, Aurora aveva chiesto a Zeus il dono dell’immortalità. Dimenticò però di chiedergli anche quello dell’eterna giovinezza, e Titono in eterno invecchiava... “Titono ebbe da Zeus un male senza fine: / vecchiezza, che raggela più della tetra morte.”

Il frammento che segue, citato non a caso da Stobeo in Sulla verità, è da Stobeo medesimo detto appartenere alle elegie per Nannò, la suonatrice di flauto che il poeta amava. Ciò farebbe pensare che Verità sia qui una continua cosciente lealtà nei rapporti tra l’uomo e la donna. Ma una strana fortuna investe ogni frammento reso forzosamente tale dal vanire del resto; a detta fortuna, che ce lo fa svincolare dalla sua contingenza, noi ci aggrappiamo grati, e il frammento in questione leggiamo, un po’ monelli, come massima ottativamente vincolante ogni Io e ogni Tu che abbiano a incontrarsi e a percorrere insieme un più o meno breve tratto di strada. “Verità resti accanto / a te, a me: di tutte, la cosa più giusta.”

E con la speranza che al lettore non siano spiaciute né le mie note né le traduzioni che ho tentato, chiudo questo mio scritto: sereno, perché, sia pur se vecchio, mi sento tanto tanto giovane.

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 17/VII/2022


domenica 3 luglio 2022

PARLA COSÌ!

 di

Ettore Marino

Cesare stringe in pugno il discorso di ognuno. La voce sua è piombo fuso in ogni altra gola. A Cesare sia dato sempre ciò che gli è dovuto. L’ultimo Cesare d’Italia si chiamava Benito da Predappio. Che sia stato zittito da quasi otto decenni è una felicità cui sono troppo avvezzo per poterla avvertire come goduria attuale, né appartengo alla schiera di chi detta goduria rinnova in ogni salotto fingendo quasi di avere combattuto di persona una lotta cui l’anagrafe lo danna ad aver solo letto o sentito narrare. Bene è che i partiti siano due, e due infatti essi sono: il nostro, che per definizione dice il vero, decide giusto, fu è e sarà onesto nella persona d’ogni suo iscritto e votante; e l’altro, che è sempre pura tenebra. Ringrazio d’esser nato in una democrazia (che in nessun modo contribuii a istituire) poiché la paranoicità della bifonia trovo seimila volte preferibile al piombo della voce sola. 

Benito da Predappio fu l’ultimo a voler insegnare agli italiani in maniera coatta come dovessero parlare; più propriamente, pretese d’insegnare loro come parlare non dovessero. Un’Italia italiana era nei voti suoi, e fu guerra alle voci straniere e alle voci nostrane affette da aura estera o che, suonando femminee borghesi servili, urticassero troppo il virilismo littorio. Italianizzare le minoranze occitana, francoprovenzale, tedesca, slava e ladina; diserbare i forestierismi; riverginare il lessico con copiosi lavacri in Arno e pure un poco (v’è un solo Impero, ed è romano) in Tevere – furono i punti del programma. Ci torneremo presto.

Rari i momenti in cui un editto abbia deciso, e fino a un certo segno, d’una lingua. Un po’ di esempi. Regno di Francia. Con l’ordinanza di Villers-Cotterêts (1539), Francesco I impone che i documenti di giustizia e polizia, né essi soli, vengano “pronunciati, redatti e consegnati alle parti in lingua materna francese, e non in altro modo”. Fu un duro colpo, per la lingua occitana. La si continuò però a parlare, e con così spontanea fluidità che quando, circa 120 anni dopo, Jean Racine soggiornerà in Occitania (segnatamente, a Uzès), gli piaceranno il bel cielo e le ragazze, ma farsi comprendere da queste gli tornerà assai arduo. Andiamo in Albania. È indipendente dal Novembre del 1912. Due le aree linguistiche: la ghega a Settentrione, la tosca a Mezzogiorno. Quattro anni dopo, un’apposita Commissione (Komisija letrare shqipe) sceglie come lingua nazionale il ghego di Elbasan, prossimo al tosco, buono ad accontentare tutti. Millenovecentocinquanta: sia per tagliare i ponti col passato, sia perché i vertici del Partito sono occupati da meridionali, l’Albania già da un po’ comunista controimpone il tosco. Ciò che però una lingua è in sé, nessun editto può mutare. Ogni lingua è un coagulo, un coagulo in moto perenne, liquido nel parlato, rappreso ma liquido in essenza se scritto. Evitando perfino di sondare la vastità dell’argomento, torniamo alle imposizioni mussolìniche.

L’assorbimento delle sopraelencate minoranze fu tentato dotando quelle aree solo di scuole monolingui, e italianizzando toponimi e cognomi. La Riforma Gentile contemplava, per le Elementari, l’uso del dialetto come via di transito al possesso della lingua nazionale; fu questo uno dei punti in cui fu ritoccata e stravolta. Divertenti a narrarsi sono molto di più gli interventi sul lessico. Purismo e rilassata tolleranza si combattono sempre quando è questione di lingua. Ami o odi una lingua per sé stessa, ovvero la ami o la odi perché rappresenta qualcosa. Puoi odiare l’inglese se, nostalgico del manganello, hai in uggia la perfida Albione; e puoi odiarlo, specie nella variante d’Oltreoceano, se hai nostalgia della Siberia. Indipendentemente dal Fascismo, fiorì in seno alla Crusca la corrente neopuristica. Bruno Migliorini e poi Arrigo Castellani ne furono i campioni, benché non essi soli. In epoca littoria, Migliorini caldeggiò ‘autista’ per chauffeur, foggiò ‘regista’ per régisseur, e il Regime li impose ai parlanti. Fu un caso fortunato, poiché i due lemmi hanno suono gradevole e poiché gli italiani li adottarono senza penare troppo. Già dai primissimi anni Trenta, scrittori e giornalisti s’industriarono a ripulire la lingua; quindi ne fu incaricata la stessa Accademia d’Italia. La proibizione assoluta d’ogni forestierismo fu sancita per legge il 23 Dicembre del 1940. Alle voci soppresse se ne sostituì di nuove, e cocktail divenne ‘arlecchino’, e swing divenne ‘slancio’, dribbling ‘scarto’, mannequin ‘indossatrice’, claque ‘clacche’, tabarin ‘tabarino’, mentre robe à paillettes rifiorì in ‘vestito allucciolato’ e passepartout in ‘chiave comune’. Per l’impudente sua idiozia, restò nella memoria la guerra dichiarata al pronome allocutivo ‘Lei’, che si tentò di soffocare in pro del ‘Voi’. Il ‘Lei’ parve servile, poco italico, femmineo. Fu, assai stranamente, il fiorentino Bruno Cicognani a proporre la cosa, e Mussolini e Starace ne furono entusiasti. Giacché il ‘Lei’ non cedeva, le pareti di non pochi uffici furono ornate d’un distico che consiglio di leggere col più ducescamente romagnolo degli accenti: “A chi ti dà del Lei ancora adesso, / tu non dare del Tu: dagli del fesso!” La rivista femminile Lei dovette mutar nome, e divenne Annabella. Totò portò la cosa nel cielo della surrealtà quando, in uno spettacolo teatrale, comparve nelle vesti di Galileo Galivoi. Patì denuncia. Fu Mussolini stesso a scagionarlo appieno dando del fesso a chi lo aveva denunciato… Arrigo Castellani, che morirà carico d’anni nel 2004, seguiterà a proporre calchi italiani per voci straniere in uso, ovvero l’utilizzo di voci nostre già esistenti al posto di forestierismi vittoriosi. È il caso di ‘chiassone’, proposto a far zittire clacson. Quanto ai suoi calchi, ve n’è di goffi: ‘guisco’ per whisky, ‘coccotaglio’ per cocktail; ve n’è di arcisimpatici: se smog è il risultato della crasi tra smo(ke) e (fo)g, ‘fubbia’ lo sarà tra ‘fu(mo)’ e ‘(ne)bbia’. Ogni proposta castellànica cadde, è ovvio, nel vuoto. Due tra esse, però, leggiadre, elegantissime, meriterebbero sorte trionfale. Parlo di ‘abbuio’ e ‘velopattino’, da usarsi al posto di black out e windsurf. Mai però ‘velopattino’ troverà un’onda amica né mai un’interrotta erogazione di energia elettrica darà luogo a un ‘abbuio’. Cesare, infatti, mutò gusti e natura; s’è tramutato in aria: è intorno a noi, è addosso a noi; è noi ed è laggiù, e si fa beffa grande del ferro che gli ruppe il petto un dì di Marzo di tanto e tanto tempo fa. Si protesta goloso di frutta selvatica, e non ne addenta che innestata; smania e pretende che tu smanii contro l’appiattimento, e schiaccia a terra ogni fiore che aneli all’azzurro; tutela la diversità disciogliendo il diverso nell’acido lago dell’uguale; accetta, a farla breve, ‘abbuio’ e ‘velopattino’ solo se sente o se legge black out, solo se sente o se legge windsurf.

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 03/VII/2022


domenica 19 giugno 2022

SE IL CARDINALE SI CONFESSA

 di

Ettore Marino

Se ciò che va taciuto viene messo su carta; e se sui medesimi fogli viene enunciata, e con forza, la necessità di tacere ciò che va taciuto, il dispettoso folletto dell’incongruenza si mette a farti le boccacce, e te la cavi come puoi.

Del cardinale Mazzarino, Jules Raymond Mazarin pei francesi, chi s’appresta a leggere codesto articoletto non è tenuto a esser nato già edotto. Ricordi perciò che: nacque egli in Abruzzo, nel 1602, da un nobiluomo siciliano al servizio dei Colonna; che, già scolaro dei Gesuiti, studiò in Ispagna e s’addottorò in utroque iure a Roma; che fu in gioventù uomo d’arme e diplomatico. Richelieu e, per lui, Luigi XIII, prendono a stimarlo. Da semplice diacono, ottiene il cappello cardinalizio. Richelieu muore nel Dicembre del 1642: Jules Mazarin è primo ministro. Nel Maggio seguente si spegne anche il sovrano. La minorità di Luigi XIV innalza alla reggenza la di lui madre Anna d’Asburgo. Il giovane sovrano s’innamorerà un giorno di Maria Mancini, nipote del Mazzarino stesso, e la vorrà sposare. Reputando le nozze svantaggiose alla Francia, il cardinale le ostacolò fino a impedirle. Mazzarino siculoabruzzese… Quando si parla di origini e di etnie, il pacchiano è lì a un passo. Evitiamo di compierlo chiedendoci: quale stentato nobilotto italomeridionale avrebbe resistito alla venere d’imparentarsi al re di Francia? E ceselliamo la digressioncella col dire che sifilide antica e inguarita dell’Italia australe è l’onniavvolgente mistura di sentenziante invadenza, adiposa vanità e assai giulivo vittimismo che la inchioda a una perenne eco di sé. Torniamo in Francia. Devoto ad essa e alla corona, il cardinale perseguì, con agile costanza, due scopi: umiliare gli Asburgo sì che la Francia dei Borbone primeggiasse in Europa; distruggere, all’interno, le fazioni perché il re fosse tale davvero. Fortuna arrise a entrambi. Alle cose d’Italia il cardinale non cessò mai d’interessarsi, come ministro e come uomo. Accumulare terre, oro, benefici ecclesiastici, libri, pezzi d’arte, fu, più che intento, passione: che soddisfece appieno. Morrà nel Marzo del 1661. 

Nel 1684 venne dato alle stampe un curioso libretto: Breviarium Politicorum secundum Rubricas Mazarinicas. Del 1698 la versione italiana, intitolata Epilogo de’ Dogmi Politici secondo i dettami rimastine dal Cardinale Mazzarino. Nel Novecento s’interesseranno al testo Giovanni Macchia, Pietro Citati, Salvatore Veca, Umberto Eco, Francesco Perfetti. Il libro s’inserisce in un genere. La sua stranezza non è pertanto in questo. Conseguire, mantenere, accrescere il potere: chi vive a tale scopo non va descrivendo i ferri del mestiere nemmeno in fogli destinati a stamparsi dopo la sua morte; o, se lo fa, mostra il lato diurno della cosa, e non, come qui, la tenebra che lo sottende. A scrivere fu perciò chissà chi, e lo fece esemplando i concetti secondo il modello Mazzarino: il più grandioso, in quell’ora della Storia, fra tanti altri modelli siffatti.

Non francese, potente, ricchissimo, Mazzarino fu odiato, specie dai nobili che andava umiliando perché il sole di Luigi splendesse più certo. I dispacci d’Ambasciata e la letteratura memorialistica lo tratteggiano freddo, inalterabile, amabile d’una amabilità tenera e flessibile, forte d’una doppiezza potentemente dominata che gli permette di radicalmente dominare il prossimo. Il cardinale è il padrone del discorso: sua è la tua verità, lui ti sfuggirà sempre. La decisione di un sovrano sommuove mille cose; quella d’un padre di famiglia, di una comare intrigante, di un allenatore di football sortiscono effetti, è ovvio, ben più minuti. Ma il gioco è lo stesso. Quella cosa chiamata potere investe la realtà umana tutta: dalla frotta dei bimbi festanti al consesso dei grandi che deliberano. Se patisce scissioni al suo interno, il soggetto stesso è attraversato e manomesso dal potere. L’amore, la fraternità, la contemplazione d’una scena, l’entusiasmo, l’ebbrezza, la lealtà sono le piccole grandi diastoli nel moto delle cose umane. Il libretto ci insegna quello che già sappiamo: elastica prudenza e necessità di sporcarsi le mani. Bene è infatti sporcarsele, se si vuole che non ci venga insozzata l’anima. Di anima, però, il libretto mai parla. Parla, per contro, di maneggi; e soprattutto di segreti: i tuoi, da custodire se vuoi continuare a vivere; gli altrui, da divinare con l’adeguato grimaldello. Un po’ di esempi, che riportiamo modernizzando solo l’uso di apostrofi e virgole: “Incoraggia quel tale a narrarti la sua vita, il che sortirà se tu gli narri sotto finta la tua; e quali inganni egli usò ad altri; e di qui avrai ben agio di arguir qual ei sia presentemente: sia però tu avvertito a non iscuoprirgli la tua”; “Architetta nella tua fantasia de’ segreti, e come tali confidali a lui”; “Se ti occorrerà scrivere in un luogo frequentato da molti, appoggia a un lettorino [= leggio] qualche foglio già scritto, come se avessi a ricopiarlo. Egli sia patente, e in prospettiva; ma la carta dove realmente scrivi stia distesa ugualmente sul tavolino, e talmente cautelata, che non comparisca se non la sola riga della trascrizione, che possa leggersi da chi vi si accosta. Quello però che hai scritto, riparalo con qualche libro o altro pezzo di carta, ovvero con altra carta sostenuta, come la prima, ma più appressata allo scritto”; “Se t’avvedi che altri vuol ripescare dal tuo cuore qualche sincero arcano, e s’infinga saperlo, non lo correggere, se falla”. Tutto è riassunto in quanto segue: “Affaticati di avere un’intera notizia degli altri; non isvelare ad alcuno i tuoi segreti; procura bensì indagar tu gli altrui”. Il naturale, il semplice pessimismo che informa ogni cosa è enunciato con le semplici e naturali parole con le quali chiudiamo le nostre citazioni: “Non presumere di trovar benigni interpetri de’ tuoi operati, poiché nel mondo ognun la prende nel senso peggiore.”

È un mondo privo d’aria. Il convito è momento di diastole. L’autore inchioda sulla pagina la grande macchina d’un banchetto in cui la parola gareggia con la cosa e ne trionfa: barocchissima scena d’una profusione di crome corpi e forme, tutta volta a stupire; cioè a incantare gli astanti, a possederne e dominarne il cuore per stordimento della vista, prima che del palato: cioè, di nuovo e per sempre, un momento senz’aria.

 Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 19/VI/2022