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domenica 19 marzo 2023

SCARPE, FOTO, PENNELLI E COSE ULTIME

 di

Ettore Marino

Un mio amico, che ha nome di Giorgio Godino, mi mostrò un giorno alcune foto. Ritraevano un paio di scarpe da lavoro della più che nonagenaria sua madre Lauretta, confezionate per lei dal maestro calzolaio Vincenzo Candreva di Vaccarizzo Albanese in sul finire degli anni Sessanta. Intendendo esporle su Facebook, Giorgio mi chiese che le corredassi di una nota esplicativa. Se ne nacque qualcosa di più di una semplice nota, fu perché, oltre all’amor filiale e alla chiara finalità comunicativa, l’intento suo contemplava una precisa finalità espressiva: aveva egli ritratto quello e non un altro oggetto, e lo aveva ritratto in quel modo, immediato e violento, e non in altri. Fatalità poi volle che un assai più famoso paio di calzature, non già fotografato ma dipinto, avesse funto da stimolo a riflessioni ben più puntute e ghiotte di ogni mia possibile, sì da forzarmi a sposare il mio ruscelletto alle loro acque poderose. 

Vincent van Gogh dipinse più volte scarpe assai vissute. A uno di questi suoi quadri Martin Heidegger dedicò una conferenza, poi sviluppata e raccolta in Sentieri interrotti (titolo originale Holzwege, 1950). Sfilzerò al massimo, sperando di non involgarire. L’essenza di ogni manufatto giace nel suo essere-mezzo: una penna serve per scrivere, un maglione serve a proteggerci dal freddo, e così via. Appunto, servono e, finché funzionano, nulla ci chiediamo di essi. Circa ogni strumento ci poniamo domande, e otteniamo risposte, proprio cessando di viverlo come strumento. Altro sono le scarpe, altro un quadro che le rappresenti. La verità dell’esser scarpa della scarpa è proprio il quadro a schiuderla. Non mimèsi, non fabrilità, ma, appunto, aspirazione della verità a farsi opera. Heidegger scrive: “Nell’orificio oscuro dell’interno logoro si palesa la fatica del cammino percorso lavorando. Nel massiccio pesantore della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi solchi del campo, battuti dal vento ostile. Il cuoio è impregnato dell’umidore e del turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messi mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale. Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità della morte. Questo mezzo appartiene alla terra, e il mondo della contadina lo custodisce. [...] Ma forse tutto ciò non lo vediamo che noi nel quadro. La contadina, invece, porta semplicemente le sue scarpe.” (L’origine dell’opera d’arte, in Sentieri interrotti, traduzione di Pietro Chiodi, La Nuova Italia, 1968.) Ci importi solo quanto segue: la verità del manufatto è svelata e dischiusa dal quadro. 

Non la pensava così Meyer Schapiro, che contro Heidegger sostenne (La natura morta come oggetto personale, 1968) essere quelle ritratte non già scarpe da contadino, ma scarpe di van Gogh stesso, uomo di città, che le avrebbe dipinte come una parte importante di sé, specchiandosi in esse. Non la verità della cosa, ma quella dell’autore fiorirebbe dal quadro e nel quadro. Soggetto contro Oggetto e vice versa, dunque: uragano più vasto dell’articolo cui devo limitarmi.

Che non può chiudersi così, poiché nel 1978, in La vérité en peinture, Jacques Derrida ripigliò il filo della disputa, complicandola di ricchezze destinate anche qui a venire taciute. Dirò solo una cosa. Decostruire è per Derrida tutt’altro che distruggere. Quando parla del demoltiplicarsi della cornice protocollare, o quando chiama il parergon (ciò che sta accanto all’opera) “accessorio che si è forzati ad accogliere sul bordo e a bordo”, poiché esso è “né solo fuori né solo dentro” (traduzione mia, qui e sotto), intende egli fluidificare due confini: quello che isola il quadro; quello che separa la lingua del pittore da quella dello scrittore. Quanto alle scarpe del quadro, Derrida dedica loro un “polilogo”, cioè un rincorrersi di voci intitolato Restitutions. A una di esse fa dire: “Semplicemente, queste scarpe non appartengono, non sono né presenti né assenti, ci sono delle scarpe, punto e basta.” Le voci séguitano però a prodursi in un discorso che s’assottiglierà senza chiudersi mai. 

A chi mi chiedesse la mia, dirò che nulla a me rileva se le scarpe dipinte abbian premuto solchi o acciottolati urbani; che lo prèdico di ogni referente, individuato o meno; che l’anima dell’autore può parlarmi e mi parla solo in quanto diventata opera; che ciò vale anche per il critico, opera essendo il suo lavoro. Solidale e nient’altro di più al referente e all’autore, l’opera sola ci arricchisce; e la arricchiamo (o impoveriamo) a nostra volta giusta le irritazioni i valori i saperi le sbarre dell’anima nostra. Quanto all’istanza derridiana di fluidificare i confini dei territori real-mentali irrigiditi in coppie inadeguatamente antinomiche, balbetterò che la nebbia e una piccola sfera d’acciaio (l’amorfo e la forma, il ribollio e l’identità) sono gli estremi tra i quali si gioca ogni gioco, e tutti i giochi convergono in uno e tornano a divergerne, e giocare si deve, come di fatto gioca ognuno, e il frutteto è uno a tutti, una a tutti la siepe. Non la varchi. L’Oltre irrompe se vuole. L’Oltre è irruzione che non scegli: che è vano perfino invocare.

Ogni frammento di realtà riconduce, indagato, alle cose ultime. Fotografate e ostense, le scarpe che il maestro Candreva fornì alla signora Godino un giorno ignoto e lontanissimo ce ne hanno appena offerto un assai grato esempio.

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 19/ III/2023

 

Nota biobibliografica

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni ilfilorosso, una sua raccolta di liriche intitolata Patibolo; che nel 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con Terre Letterarie come lo è di farlo con L’Eco dello Jonio e con Le nuove ere; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.

 

giovedì 23 febbraio 2023

IL «QUADRIFOGLIO» POETICO DI ETTORE MARINO

 di 

Mario Gaudio

La lingua ‒ si sa ‒ è donna volubile e, in quanto tale, talvolta si presenta sotto le sembianze di nobile matrona agghindata di norme a cui i benparlanti cercano di attenersi in maniera scrupolosa, talaltra essa assume le movenze di capricciosa ragazzetta che, spogliatasi degli orpelli imposti da grammatici e pedanti, si lascia accarezzare liberamente da usi e consuetudini che gli uomini di ogni tempo e latitudine sviluppano, più o meno consapevolmente, nel corso della loro quotidiana attività comunicativa.

Si ripropone pertanto ‒ in vesti rinnovate e in termini moderni ‒ l’eterno conflitto che già nel mondo antico animò il dibattito culturale attraverso la contrapposizione di due scuole di pensiero profondamente diverse sul piano ideologico, ma altrettanto valide sul versante argomentativo.

Per meglio comprendere la questione, è bene sintetizzare i termini della remota e perenne disputa spendendo qualche parola sui contendenti e le rispettive idee. Da un lato della barricata si ritrovarono i cosiddetti analogisti, il cui centro di riferimento era l’antica scuola di Alessandria: essi sostenevano la natura razionale della lingua che, pertanto, si configurava come prodotto di norme e regole grammaticali prefissate. Ne scaturì un filone di studi filologici che consentì la restituzione della forma originale di vetusti testi ai quali il tempo e gli uomini avevano apportato interpolazioni e arbitrarie modifiche.

Dall’altro lato della trincea operarono gli anomalisti, afferenti alla scuola di Pergamo, che videro nella lingua un organismo naturale e spontaneo la cui evoluzione era indissolubilmente legata all’uso vivo fatto dalle diverse generazioni di parlanti nel corso del tempo e al variare delle idee. Da ciò fiorirono un’attenzione particolare nei confronti del contenuto dei testi ‒ a discapito della forma ‒ e la tendenza all’interpretazione allegorica delle vicende raccontate. 

Da quanto appena detto è facile dedurre la complessità della questione linguistica, la quale, a conti fatti, è il tema portante dell’agile volumetto di Ettore Marino.

Sia le traduzioni sia i validi saggi disposti a mo’ di introduzione e di appendice si sviluppano a partire da una spinosa necessità: quella di riflettere sul futuro della lingua d’Arbëria che, idioma di minoranza, naviga attualmente in cattive acque a causa della graduale scomparsa dei parlanti e del dilagante disinteresse delle giovani generazioni.

Marino affronta la vexata quaestio costruendo innanzitutto un’antologia e percorrendo, in secondo luogo, il tortuoso sentiero della traduzione.

Gli autori proposti sono in numero di quattro e costituiscono quel famoso «quadrifoglio» evocato nel titolo. Si tratta di Gerolamo De Rada (Macchia Albanese 1814 - San Demetrio Corone 1903), Francesco Antonio Santori (Santa Caterina Albanese 1819 - San Giacomo di Cerzeto 1894), Giuseppe Serembe (San Cosmo Albanese 1844 - San Paolo del Brasile 1901) e Giuseppe Schirò (Piana degli Albanesi 1865 - Napoli 1927): i primi tre furono accomunati da un’esistenza grama e dall’appartenenza all’Arbëria calabrese, il quarto fu originario di quella terra siciliana un tempo denominata Piana dei Greci ed oggi nota come Piana degli Albanesi.

I brani poetici riportati da Marino non sono figli del caso, ma formano un vero e proprio itinerario di sentimenti e parole attraverso il quale il lettore può distinguere chiaramente una sorta di fil rouge che unisce gli autori appena citati e che si esplicita tanto nella sensibilità ‒ quasi onirica ‒ nei confronti della natura e dei paesaggi quanto nell’onnipresente legame ‒ anch’esso sospeso in una sfumata atmosfera tra sogno e realtà ‒ con l’antica madre Albania, le sue tradizioni e le gesta memorabili dei suoi eroi.

Affiora altresì un quadro di valori condensati essenzialmente attorno a due tematiche di rilievo: l’alto senso dell’onore e il classico binomio eros/thanatos (amore/morte).

L’onorevole fierezza balcanica trova spazio nei deradiani Canti di Milosao (1836) per mezzo di un apprezzabile chiasmo in cui Milosao stesso promette amore alla figlia di Kologrea in questi termini: «Tuo nutrimento e tua difesa / le mie frecce, il mio aratro» (canto XX).

Altrettanto significativa è l’immagine dell’incontro tra Vantisana e Monùsk, giovani e infelici innamorati le cui vicende sono cantate nel poema Skanderbeg sventurato (Skanderbeku i pafan). In una notte di oscurità e tempesta gli amanti si ritrovano casualmente all’interno di una chiesa nella regione di Elbasan. Monùsk capeggia un drappello di soldati turchi ma, durante l’irruzione tra le mura del sacro edificio cristiano, ritrova ‒ ormai battezzata ‒ la sua fiamma di un tempo e, arso dal ricordo della nobile passione, ordina ai suoi commilitoni di ritirarsi, pronunciando parole di squisita delicatezza: «Andiamo. Solo noia / potremmo dare a chi, / consanguineo o nemico, / gode la pace della notte».

Particolarmente preziosi risultano essere anche i versi di Schirò che trasudano di nostalgia per la patria albanese e invitano a far memoria delle nobili imprese dei padri che, a ragion veduta, vengono additati come ineludibile modello per le generazioni a venire.

Una nota a parte merita il cimento della traduzione a cui Ettore Marino si sottopone. Com’è noto, l’azione del tradurre consente di tramandare ma, al contempo, espone al rischio di tradire il testo originario.

Il traduttore fa precipitare su un cosmo definito di parole le acque del diluvio, procedendo pertanto ad una de-creazione che porterà ad una ri-creazione costruita ad immagine e somiglianza del testo di partenza, ma con l’utilizzo di una lingua differente capace di mantenere intatti i messaggi dell’autore e di renderli fruibili ad una platea di lettori diversa rispetto a quella a cui erano inizialmente indirizzati.

Marino si sforza ‒ riuscendovi egregiamente ‒ di attenersi con fedeltà ai brani del suo «quadrifoglio» poetico, rendendone tanto i significati quanto, ove possibile, le forme metriche e stilistiche.

Tutto ciò è reso fattibile dalla sua storica frequentazione con la poesia e dal fatto di esser anch’egli apprezzato scrittore di versi.

Come già accennato, la questione della lingua d’Arbëria è il vero leitmotiv che connota l’intero volume. In tempi di crisi generalizzata, anche l’antico idioma volge al tramonto e con esso si spengono inevitabilmente i ricordi connessi alle vetuste origini d’oltre Adriatico.

Giuseppe Schirò pubblicava nel 1900 il poemetto Te dheu i huaj (Nella terra straniera), in cui, al netto di una certa enfasi retorica, tracciava, con fare quasi profetico, un impietoso e realistico ritratto di ciò che si sta attualmente consumando nelle nostre comunità: «E presto o tardi ha da giungere l’ora / in cui i figli nostri non sapranno / che il loro sangue è degli eroi invitti / che con il Kastriota combatterono / quando egli rifulgeva sulla terra. / Nulla gli dirà un giorno / il nome d’Albania, / dove gli eroi d’un tempo nel sepolcro / dormono sazi di vittoria, l’arco / e la faretra al fianco, con la spada / nuda di sotto il capo, da improvviso / sonno ghermiti».

Dinanzi a tale desolante spettacolo di negazione della memoria, favorito dai famelici morsi della globalizzazione, e di fronte allo sgretolarsi irrimediabile della lingua, il volume di Ettore Marino ci offre tre interessanti spunti su cui meditare. In primis si addita la canzone come validissimo strumento attraverso il quale far continuare a palpitare l’antica parlata. Se la poesia rimase patrimonio di pochi appassionati ed ebbe risonanza popolare solo ed esclusivamente nelle sue forme satiriche o religiose, il canto fu da sempre ‒ e continua ad esser tale ‒ veicolo di parole, tradizioni e pensieri, nonché elemento di forte collegamento tra le generazioni. Ne è testimonianza vibrante l’importanza assunta nel corso degli anni dal Festival della canzone arbëreshe di San Demetrio Corone. 

In secundis, Marino evidenzia il valore della condivisione. Il presente libro nasce proprio all’insegna di tale spirito, senza l’intento di aprire nuove prospettive di studio o animare sterili polemiche sui goffi tentativi di far risorgere una lingua spargendo qualche parola di saluto nell’idioma d’Arbëria in più o meno ripetitivi e sbiaditi convegni di studio.

In terzo luogo, emerge con cinica e veritiera chiarezza il bisogno ‒ sicuramente vano, ma impellente ‒ di continuare a far qualcosa, affinché le varie parlate arbëreshe rimandino quanto più a lungo possibile l’ineluttabile estinzione. Faccio mia, in proposito, una brillante considerazione di Marino che è doveroso citare: «A chi chiede come salvare la lingua dico che occorre fare tutto sapendo che non serve a nulla. A chiederlo, sono gli innamorati suoi: gli eroici, arcipochissimi innamorati suoi. La parlano, la leggono, la scrivono. Pare amor pago, e non lo è».[1]

Vorrei concludere le mie osservazioni rammentando che le lingue passano, ma resta la profondità delle riflessioni che da esse scaturiscono. Gli autori d’Arbëria hanno colto, spesso a proprie spese, l’essenza stessa della vita che, in fin dei conti, trascorre beffarda concedendo minimi sprazzi di bellezza.

Vissuti in condizioni di disagio e ristrettezze, alcuni di questi scrittori hanno racchiuso in versi toccanti la logica universale. Raffinatissimo, in tal senso, fu Santori che ne Il canzoniere albanese[2] scrisse: «Il mondo è stato sempre / gioia e dolore e lutto / per ognuno. // C’è chi piange e chi canta, / c’è chi ride e chi danza, / e c’è chi invoca la felicità / che annoia chi l’ha già».

Gli fecero eco due altrettanto validi poeti arbëreshë che non appartengono alla presente antologia, ma che è bene rievocare: il primo, Antonio Scura (1872-1928), originario di Vaccarizzo Albanese, nella sua lirica intitolata Empietà lamentò: «La vita è agon di triboli, / vi è il vinto e il vincitor: / nell’oro alcuni guazzano, / v’è chi di fame muor. // Sorride ad un propizia / fortuna e dà ogni ben, / altri è dannato a pascersi / di fiele e di velen»; il secondo, Salvatore Braile (1872-1960), ch’ebbe natali in San Demetrio Corone, fu ancor più incisivo, ammonendoci in questi termini: «Kështu ësht jeta, oj bir: / moti keq dhe moti mir. / Kush këndon dhe kush valton, / kush bekon, dhe kush mallkon» (Così è la vita, o figlio: / tempo cattivo e tempo buono. / Chi canta e chi manda gemiti, / chi benedice e chi bestemmia).

Insomma, siam dinanzi a poeti d’altri tempi, che si espressero in un idioma antico, ma paradossalmente seppero ‒ per mezzo dei loro versi ‒ parlare la lingua del futuro.

Ettore Marino ci regala uno squarcio di luce su questo mondo di parole e poesia, consegnandoci una lodevole antologia la cui gradevole lettura è, senza dubbio alcuno, costruttiva attività per il presente e valido investimento per il nostro futuro.

Spixana (Spezzano Albanese), 12/II/2023


[1] Ettore Marino, Vivrà ancora la lingua degli Arbëreshë?, in Id., Un quadrifoglio, verde tra le spine, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2022, p. 140.

[2] In base ad una condivisibile congettura di papàs Francesco Solano (1914-1999), Il canzoniere albanese del Santori sarebbe stato pubblicato in prima edizione tra il 1846 e il 1847.

giovedì 19 gennaio 2023

VIAGGIO TRA BORGHI E BELLEZZE NEL LIBRO DI NUCCIO PROVENZANO

di 
Mario Gaudio

Leggendo le fascinose pagine del libro di Nuccio Provenzano, si palesano alla mente le parole ‒ quasi profetiche ‒ di un eroe contemporaneo barbaramente assassinato dalla criminalità organizzata. Mi riferisco a Peppino Impastato (1948-1978) che, nella sua breve ma intensa vita, indicò nella bellezza un potente antidoto per combattere inciviltà e malaffare.

Il giovane attivista siciliano, negativamente colpito dalla cementificazione senza criterio consumatasi attorno alla sua cittadina, esprimeva dissenso e concentrava speranza in questi termini: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà».

La bellezza diviene pertanto efficace strumento di una vera e propria terapia sociale, il cui scopo è quello di mantener viva la fiamma della curiosità e dello stupore in una società capitalista ‒ iperconnessa e distratta allo stesso tempo ‒ che tende a massificare interessi, gusti, mode, linguaggi e pensieri.

Riscoprire la bellezza è atto rivoluzionario e, come tale, capace di generare fermenti utili alla costruzione di un consorzio umano equo e, al contempo, armonioso nella diversità.

Il volume di Nuccio Provenzano si inserisce a pieno titolo in questa logica e offre all’attenzione del lettore sprazzi di bellezza catturati, nonostante l’ineluttabile fluire del tempo, tra alcuni silenti borghi calabresi.

Tutto ciò sortisce un effetto di profonda elevazione spirituale che consente all’autore di trasformare i sei itinerari storico-artistici da lui presentati in veri e proprio percorsi su cui temprare i valori dell’umanità e della conoscenza. 

Partendo dalla sua Altomonte, cittadina antica e dal nobile passato, Provenzano ricostruisce, con attenzione e dettagliata documentazione storica, le peculiarità di paesi disseminati tra la valle dell’Esaro e il massiccio del Pollino, consentendoci di riscoprire ‒ attraverso un approccio felicemente multidisciplinare ‒ isole di bellezza troppo spesso ingiustamente dimenticate.

Ne emerge un quadro complesso di microstorie che a gran voce invocano la necessità di esser conosciute e adeguatamente valorizzate.

Il lettore è condotto innanzitutto tra le antiche vestigia riesumate e raccontate dall’archeologia. Riaffiorano dalle nebbie del tempo e dal grembo protettivo della terra preziose testimonianze quali i pavimenti a mosaico di una villa di epoca ellenistico-romana rinvenuti nel sito di Santa Margherita a Firmo, i reperti riemersi nell’area di torre Mordillo a Spezzano Albanese e la splendida e misteriosa croce reliquiario custodita in una tomba monumentale a Pauciuri, importante zona archeologica del comune di Malvito. Quest’ultimo oggetto, stando a recenti studi di Giovanni Cristofalo, potrebbe essere addirittura collegato alla figura dell’abate Ursus che, secondo la tradizione, fu, assieme ad altri otto confratelli calabresi, uno degli artefici della prima crociata in Terra Santa.

Non mancano dettagliati riferimenti anche ad ulteriori luoghi di scavo quali la protostorica Grotta della Monaca a Sant’Agata d’Esaro, il sito di Sassòne localizzato tra Morano Calabro e San Basile e le pendici del monte Mula ‒ nei pressi di San Sosti ‒ dove, nel 1846, fu recuperata una vetusta ascia in bronzo con dedica alla dea Hera, oggi custodita presso il British Museum di Londra.

Altro interessantissimo percorso del libro risulta essere quello dei luoghi di culto. Provenzano ricostruisce e racconta le vicende di cattedrali, chiese, conventi e modeste cappelle rurali, emblema di secoli di fede e devozione delle genti di Calabria, ma anche scrigno di preziose opere d’arte concepite per magnificare la potenza dei committenti e, allo stesso tempo, per offrire in forma figurata messaggi evangelici alle semplici ed incolte classi popolari.

Tra le pagine del volume, grazie ad una sapiente descrizione corroborata da un ottimo apparato fotografico, risaltano in particolare: la chiesa di Santa Maria della Consolazione di Altomonte, rilevante testimonianza del gotico angioino; la sfarzosa cattedrale di San Nicola di Mira, a Lungro, ponte tra Occidente ed Oriente, luminoso esempio di tradizione liturgica e spirituale preservata attraverso varie epoche e generazioni; la chiesa di San Giovanni Battista, ad Acquaformosa, nota per i suoi pregevoli mosaici; i numerosi edifici sacri disseminati sul territorio di Morano Calabro, famosi per la gran quantità di tele, affreschi, sculture e oggetti sacri di antica datazione e ricercata fattura.

Accanto ai simboli del potere spirituale, i borghi descritti da Nuccio Provenzano conservano tuttora i segni del potere temporale. Lo sguardo si sofferma estasiato su una pletora di castelli, torri diroccate, ruderi di fortificazioni e antichi palazzi di famiglie ricche e potenti che governarono sui feudi calabresi.

Di particolare interesse per la loro invariata bellezza risultano essere le torri normanne di Altomonte e San Marco Argentano (entrambe risalenti all’XI secolo), i castelli feudali di San Donato di Ninea e Terranova da Sibari, il castello aragonese di Castrovillari, il maniero di San Lorenzo del Vallo ‒ fatto erigere nel 1623 dal marchese di Rende Andrea Alarcón Mendoza ‒, le torri Mordillo e Scribla ricadenti nel territorio di Spezzano Albanese.

Una particolare attenzione è riservata dall’autore ad alcuni paesi dell’Arbëria, modello di perfetta integrazione tra genti e culture differenti e tangibile manifestazione di attaccamento a tradizioni avite.

Uomini e donne provenienti dai Balcani, giunti attraverso molteplici ondate migratorie a partire dalla fine del XV secolo, hanno ripopolato casali abbandonati e territori impervi, riqualificandoli e rendendoli luoghi di gelosa custodia di antichi riti religiosi e altrettanto venerabili parlate.

Ben amalgamati nei secoli alle popolazioni locali, i discendenti di quei primi migranti hanno dato prova di profonda devozione nei confronti delle terre ospitanti, partecipando eroicamente ai movimenti di liberazione e unificazione nazionale e distinguendosi nei più svariati campi del sapere.

Ancora oggi, nonostante un tragico calo demografico e l’indifferenza generalizzata verso il passato, sopravvivono, pur tra mille difficoltà, gradevoli borghi nelle cui chiese risuonano le incantevoli melodie di lode del rito greco-bizantino e nei cui vicoli si odono ‒ purtroppo sempre meno ‒ le affascinanti parole della lingua arcaica.

Provenzano narra le storie di Acquaformosa, Civita, Firmo, Frascineto, Lungro, San Basile e Spezzano Albanese, comunità che hanno ereditato la bellezza di un glorioso passato e il fardello della responsabilità di tramandarlo alle nuove generazioni che, a conti fatti, si mostrano sempre meno interessate a causa di un deleterio processo di omologazione culturale, ideologica e spirituale.

I borghi racchiudono spesso memorie di sofferenza e generosità e, a tal proposito, è necessario citare almeno due esempi fondamentali: le saline di Lungro e il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia. Nelle miniere di salgemma della cittadina arbëreshe, le durissime condizioni di lavoro hanno cementato le classi più umili, favorendo forme di mutua assistenza e solidarietà; nel campo di Ferramonti ‒ monito perenne per i tempi venturi ‒ le brutture della prigionia sono state alleviate dalle cure e dall’umanità della popolazione locale.

Una nota a parte meritano infine i percorsi naturalistici e sensoriali riportati nel libro di Provenzano, che consentono di tracciare una mappa delle tipicità su cui far consolidare le esperienze turistiche dirette verso la nostra regione. Accanto al ricchissimo patrimonio enogastronomico ‒ cito a titolo esemplificativo i liquori Moliterno di Altomonte, il passito di Saracena, le ricette della tradizione culinaria locale ‒, campeggiano importantissime realtà naturali quali le gole del Raganello di Civita, la grotta di San Vito a San Donato di Ninea e il parco della lavanda sull’altopiano di Campotenese, nel comune di Morano Calabro.

Insomma, gli scenari variegati dei nostri borghi fanno emergere una enorme ricchezza potenziale che tutti noi, con medesima responsabilità, siamo chiamati a trasformare in concrete possibilità di crescita.

La bellezza delle nostre contrade stride dolorosamente contro il grigiore dei tanti giovani che si affollano, presso le stazioni ferroviarie, in un viaggio di ritorno verso i luoghi natii per un fugace soggiorno natalizio.

I borghi, per quanto fascinosi possano essere, diventano macerie, senza una adeguata valorizzazione di coloro che li abitano e, in tal senso, la politica accorta e la cultura disinteressata sono chiamate ad affrontare le sfide in grado di favorire la restanza.

Sic stantibus rebus, il libro di Nuccio Provenzano ‒ rigoroso nella ricerca e semplice nello stile ‒ si pone come utilissimo riferimento affinché noi stessi ‒ prima ancora che i numerosi vacanzieri italiani e stranieri ‒ possiamo riscoprire le bellezze della nostra splendida e martoriata regione.

Con l’auspicio di una rinnovata attenzione verso le nostre comunità, concludo le mie brevi considerazioni con una pregnante esortazione del critico d’arte Vittorio Sgarbi: «Se il viaggio è ritornare sui passi di altri in altri tempi in altre vite, rievocare, veder riemergere fantasmi, allora mettetevi in cammino, non siate pigri, perché dalla vostra meraviglia deriva la vita dell’arte, dei luoghi, del nostro paese; l’Italia delle meraviglie».[1]

Spixana (Spezzano Albanese), 19/I/2023


[1] Vittorio Sgarbi, L’Italia delle meraviglie, Bompiani, Milano, 2011 (2009), p. 8.

 

domenica 15 gennaio 2023

UN LUPO, PIÙ LUPI, LA BESTIA...

 di

Ettore Marino

Gévaudan: si chiamava così una provincia del Mezzogiorno della Francia: aspra ventosa fredda povera. La Rivoluzione ne rimpastò i confini ribattezzandola Lozère. Nessuno più ricorderebbe il vecchio nome, se un’ombra assassina non lo avesse marchiato per sempre. Creduta e non creduta, infatti, una voce s’era messa a vagare per tutta la Francia sudorientale; era l’autunno del 1763, e la voce diceva di donne e di ragazzi uccisi o scampati per prodigio agli assalti di un’orribile fiera. La voce si muta in evidenza quando è rinvenuto ciò che resta del corpo di Jeanne Boulet, pastora di quattordici anni. È il 30 Giugno del 1764.

Fu l’inizio di un sogno affannoso, di quelli che paiono ignari di risveglio. Silente astuto rapido, il mostro appare, si erge sulle zampe posteriori, azzanna, artiglia, uccide, si pasce delle vittime. Le decapita, a volte. Chi l’ha veduto lo descrive così: grande assai più d’un lupo, fulvo, dal petto bianco, e striato di nero sul dorso; ha coda molto lunga, robustissimi artigli, testa massiccia, mascelle pronunciate, ampia chiostra di denti. Attacca anche gli uomini adulti, che riescono spesso, però, a metterlo in fuga.

Al comando del capitano Duhamel, uno squadrone di dragoni prende a metà Settembre a battere la zona. Nessuno esce di casa se non armato di una rudimentale picca e, giacché la fiera predilige il sesso gentile, alcuni dei dragoni si travestono da donna. In Dicembre l’Assemblea degli Stati di Languedoc promette un premio di seimila livres a chi uccida la bête. Non la si chiama in altro modo: nella provincia e in tutto il regno. 

I contadini e i pastori del Gévaudan sono buoni cattolici impastati di paganesimo. Orgogliosi cultori del delitto d’onore, della vendetta, di una immota inconcussa omertà, guardano di mal occhio i dragoni di Duhamel, i quali s’industriano, sì, a stanare la fiera, ma fanno molto poco per rendersi simpatici alla popolazione. Si fa strage di lupi. La bestia, però, è ancora là: sparge morte e terrore, discredita una Francia che inglesi e prussiani hanno appena umiliato nella Guerra dei sette anni, riempie di furore Luigi XV, deriso con gioia sempre più crudele dai gazzettieri d’oltremanica. Alcuni atti di coraggio rifulgono nel buio. Un giorno del Gennaio del 1765 la bestia assale una frotta di ragazzi. Morde uno a una guancia, abbranca un altro per il braccio. I restanti, però, spronati dal non ancora tredicenne Jacques Portefaix, la mettono in fuga salvando il compagnetto. Saranno premiati per volere del re. Armata solo di cuore di madre, Jeanne Jouve, il 14 Marzo, sottrae alle male grinfie due dei propri figlioli. Uno morrà per le ferite. Premio del re anche a lei. L’11 Agosto si ricopre di gloria la ventenne Marie-Jeanne Vallet, che colpendo la bestia con la picca, salva sé e chi le si accompagna. Sarà chiamata la Pucelle du Gévaudan.  

Intanto, Jean Vaumesle d’Enneval, il più glorioso cacciatore di lupi dell’intero reame, affianca e poi sostituisce il capitano Duhamel (Febbraio - Aprile 1765). Brani di carne avvelenata sono sparsi pei boschi, nella speranza che la bête se ne cibi. Sono però i cani a morirne. Ogni volta che viene ferito, il prodigioso animale si rialza e fugge.

Nel Luglio dello stesso anno, Vaumesle d’Enneval, che pur non ha poltrito, si ritira. Così ha voluto il re che, provetto cacciatore, ha già inviato al suo posto il proprio portatore d’archibugio François Antoine: e con l’aiuto di un suo uomo, il 21 Settembre 1765, Antoine fredda la bestia. Dissezionata dagli esperti, la carcassa è condotta, impagliata, a Versailles, dove il monarca si compiace tra i battimani della corte. L’incubo si è dissolto. Più silente e guardinga di prima, però, la misteriosa creatura ritorna a dargli corpo: azzannando, mordendo, sbranando... Benché grosso e minace, quello ucciso da Antoine non era infatti che un lupo fra tanti. La Francia non può certo risolvere un problema che il re ha dichiarato risolto. Pensarci toccherà perciò alle sempre più affrante e atterrite genti di Gévaudan. Sarà un lungo penare.

Jean Chastel è un rude vecchio vigoroso. Vive con due dei suoi figli, fa vari mestieri, caccia con grande abilità, ed è sempre attorniato da una muta di molossi. È un miscredente, e lo si chiama “il figlio della strega”. Quando la bestia uccide una bimba che gli è cara, si riavvicina a Dio e alle pratiche di culto. Così almeno si narra; come si narra che abbia fuso alcune medagliette d’argento della Vergine ricavandone palle da schioppo che avrebbe fatto benedire da un sacerdote. Per certo, farà parte della squadra che il marchese d’Apcher arma nel Giugno del 1767. Il 19 di quel mese, Chastel uccide un lupo di gran mole, notomizzato poi in una dimora del marchese stesso. Alcuni giorni dopo, una lupa, che la voce del popolo predica compagna e complice d’antropofagia del lupo abbattuto da Chastel, viene freddata da un tale Jean Terrisse. A onta delle seimila livres spettanti a chi avesse ucciso la bestia, le autorità locali ricompensano i due con un donativo assai misero. Di Terrisse non si parlerà più. Chastel, invece, è ricordato ancora come il liberatore del Gévaudan. Fosse la bête il lupo ucciso dall’uno o la lupa uccisa dall’altro; lo fossero ambedue o lo fosse una terza creatura frattanto morta di morte naturale, cessò da allora ogni pericolo, l’incubo si mutò in ricordo, e gli aspri figli di quell’aspra terra tornarono a gustare l’obliqua dolcezza che l’alba reca in ogni landa del creato. 

Sulla natura della bestia, la ridda delle ipotesi, cioè delle immediate certezze personali spacciate ognuna per verità sola e ultima, prese ad accompagnare i fatti, e spumeggia oggi ancora: un lupo, due lupi, un branco intero; un animale esotico fuggito da un circo o dal serraglio di un annoiato gentiluomo; un lupo mannaro, un demonio, un flagello inviato da Dio a punire un popolo di pervicaci peccatori (era la tesi del vescovo di Mende); un rovinoso incrocio tra due fiere di specie diversa; un malato di mente che usava coprirsi di pellicce; un lupo addestrato sin da cucciolo a uccidere l’uomo per il perverso disegno di un pazzo, dei protestanti, di qualche senzadio, di emissari inviati dal re a spargere terrore tra gli stessi suoi sudditi...

Non mi si chieda la mia poiché, semplicemente, non ce l’ho. Mi forzassi a produrla, non fornirei che una facezia o una verità così casuale, da valere assai meno della facezia stessa. Narrando questa storia, avrei solo voluto fornire uno spunto a chi nel mio paese va organizzando, da un po’ di anni in qua, gustosissime cacce al tesoro. Disegno vano quanto pochi: i campi i boschi le vallate che incoronano il borgo sono infestati tutti da un mobilissimo e sempre più nutrito stuolo di bestie prive di mistero ma dal fare e dall’animo assai poco fraterni. E immaginare un archibugio che dai cinghiali ci liberi per sempre, è muovere lo spirito nel rugiadoso reame dei sogni troppo lieti e delle fiabe troppo belle perché divengano realtà.

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 15/I/2023

sabato 19 novembre 2022

A UN'ORA DI NOTTE...

 di

Ettore Marino

Con la turbinosa ironia che lo contraddistingue, il grande Opàli irruppe nel bar del non meno grande Pippo, mi squadrò, mi sbatté in petto un libro, e tuonò senza appello: “Ricavaci un articolo!” Il libro era La strage dei pettinai, di Paolo De Luca, Rubbettino Editore, 1986; l’articolo è quello che segue.

Innanzitutto i fatti, per come appresi dal De Luca. San Giorgio in Calabria Citra (l’identificativo “Albanese” entrerà in uso assai più tardi), venerdì 26 Maggio 1848. Due pettinai e un merciaiolo di Scigliano, Giuseppe Sacco, Fedele Mancino, Francesco Maria Mancuso, conosciuti in San Giorgio per esserci stati altre volte, vi giungono da Vaccarizzo (Albanese) a tentare di vendervi i loro piccoli utensìli e quell’arsenico che gli allevatori dei bachi da seta sogliono adoperare a sterminio dei topi. A San Giorgio corrono però voci di spargimento di veleno. Assetati dal cammino e per le grevi bisacce, i venditori si imbattono in una tale che si rivelerà chiamarsi Lucrezia Ascente, e le chiedono dove si trovino le fontane. La donna risponde in modo evasivo. Girando di casa in casa, i tre propongono “quel solito zucchero che serviva a distruggere i topi” (le citazioni, dai verbali riportati dal De Luca) pure a Giorgio Dramis: ciabattino poco amante del lavoro, beone, in fama di “rivoluzionario contro il legittimo sovrano”, più o meno strettamente legato alla banda del capobrigante Urtale. Il Dramis risponde di non averne bisogno. “Con mezz’ora di notte”, gli sciglianesi cercano ristoro nell’osteria di Angelo Chinigò. Si fanno portare del vino. Francesco Maria Mancuso ne offre un bicchiere a due avventori compaesani dell’oste, i quali rispondono “che lo avrebbero bevuto qualora egli lo avesse bevuto per primo. Ma questi, appena avuta da loro una tale risposta, aveva buttato a terra tale vino che si conteneva in detto bicchiere.” Giorgio Dramis, intanto, aveva convinto la piazza che i tre forestieri fossero venuti a spiantare San Giorgio avvelenando l’acqua, e Lucrezia Ascente, risovvenutasi della domanda che le avevano posto circa le fontane, aggiunse il proprio trillo al coro che già li predicava in possesso di arsenico per il più atroce degli scopi. La folla irrompe nell’osteria. Si chiede ai forestieri se mai portino arsenico. Negano. Perquisizione è presto fatta: se ne trova: sia in pietra sia già ridotto in polvere. La folla invoca morte. I tre, terrorizzati, tacciono. Sono condotti fuori, insultati, percossi. Li si finisce a colpi di martello e di scure. Dei cadaveri, arsi, “a un’ora di notte” non resta che la cenere. 


Ho rinsecchito ciò che le pagine del De Luca svolgono come occorre. Del fatto, il De Luca ipotizza cause e scopi, e ne ricava una morale, che fa consistere nelle seguenti parole di Alessandro Manzoni: “Il sospetto e l’esasperazione, quando non sian frenati dalla ragione e dalla carità, hanno la trista virtù di far prender per colpevoli degli sventurati, sui più vani indizi e sulle più avventate affermazioni.” M’accodo alla saggia umiltà interpretativa del De Luca e all’ineguagliata sintesi manzoniana. Cui aggiungo un po’ di mie e tutt’altro che nuove considerazioni.

Quando si esprime con (pigra) buonafede, il discorso comune tende a dire impossibile perfino ciò che è blandamente improbabile, e a convertire il possibile nel certo. Se un interesse o una passione infila poi la coda nella sua rilassata pigrizia, possono derivarne spiacevolezze, o addirittura orrori. La contingenza storica dice la sua con prepotenza. Entriamo in essa. Il cholera morbus, detto anche morbus Asiaticus, fu un’aspra novità per l’Europa del terzo e del quarto decennio del XIX secolo. Temendone l’espandersi, il governo delle Due Sicilie prese sagge misure per prevenirlo e per combatterlo, come assai chiaro mostra Gigi Di Fiore in Pandemia 1836. La guerra dei Borbone contro il colera, UTET 2020. Aggiungiamo en passant che della dinastia in parola, re Carlo a parte, l’antica vulgata è riuscita a produrre una spropositata sintesi tra la figura del tiranno e quella del re da Operetta, laddove una vulgata odierna va schiccherando i Borbone napoletani siculi e bisìculi quale aureo composto di buongoverno e di saggezza. La verità non sta nel mezzo. Sta, di volta in volta, nella cosa e nel modo con cui la si guarda. Se cosa e sguardo coincidono per ogni mente giudicante, è giardino di pace. Come che sia, il colera funestò le terre del Reame tra il 1836 e l’anno successivo, risvegliando la fola che fosse manufatto e sparso tra le genti per volontà di alcuni. Si prese a credere che il mezzo più adoperato a spargerlo fosse la polvere di arsenico. Una legge ne vietò il commercio, che pertanto avveniva con rischio per chi vendeva e per chi acquistava. Inquinamenti di fontane ve ne fu: ora con coloranti, ora davvero con veleni: da parte di pazzi, di buontemponi sadici, di terroristi. Assai più spesso, mere voci. Codini e novatori, comunque, se ne rimbalzavano ogni volta l’accusa. La strategia della tensione non è cosa nuova, e i complotti offrono fili generosi alla trama delle umane vicende. Ma ciò che non produce prove séguita a vagare nel dominio della chiacchiera. Si tentò una lettura schiettamente politica anche dei fatti di San Giorgio. Per certo, in quel lembo di Calabria albanese il Quarantotto s’era manifestato con occupazione di latifondi. A San Demetrio, capitale culturale e centro propulsore d’Arbëria (anacronismo lessicale), sei giorni prima della strage di San Giorgio, era scoppiata una rivolta. Il busto di Ferdinando II (per non pochi liberali, primo avvelenatore dei suoi stessi sudditi) era stato divelto e trascinato per le vie. Tra speranzosa ansia e mute paure, il fermento sociale lievitava nei petti. Che pei borghi vagassero avvelenatori, era cosa possibile, e perciò stesso tenuta per certa. Il prius era quello. Qualcosa volle che coagulasse nel gorgo infocato che incenerì i tre miti poveruomini. Ho scritto a bella posta “qualcosa volle che”. Avrebbe l’orrore avuto atto se Lucrezia Ascente fosse stata un po’ meno ciarliera, Giorgio Dramis assai meno stronzo, e se il Mancuso avesse bevuto il vino che gettò in terra? Le più mature Scienze della Natura trattano il nesso di causa con la più elastica cautela; cautela ancor maggiore esige in merito il mondo umano. Si dibatterà sempre circa il libero arbitrio del singolo; quando il singolo si fa (anche) folla, il problema diventa vertigine. 

A San Giorgio, tentate insabbiature e impaurita omertà rabbuiarono tutto. Poi qualcuno non resse. Prese a parlare, e parlarono in tanti. In tanti avevano provato a placare la folla; in tanti comparvero a produrre nomi e cognomi, patronimici e nomignoli. La comunità si sgravò della colpa, e giustizia fu in qualche modo fatta.

Tra il rumore dei giorni, un’eco dei tre sventurati vaga ancora per le vie dell’incantato borgo. Consci di andare al massacro, gli ammutoliti forestieri maledissero in cuore quel popolo, augurando che mai alcun sangiorgese, per quello e per ogni tempo a venire, potesse arrivare alla vecchiaia! Sicché di ogni vegliardo, specie se varca la soglia del secolo, sorridendo si dice che la maledizione dei pettinai abbia voluto graziosamente risparmiarlo.

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 19/XI/2022