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domenica 21 gennaio 2024

DAL CORPO DI UNA LETTERA

di 

Ettore Marino

Valery Larbaud coniugò in sé sapienza varia e vera, amore del nuovo, ripiegamenti e nostalgie. Viaggiò e s’imbevve di spettacoli. Il treno era un mezzo fatato. Lo cantò come segue: “Dammi il vasto tuo strepito, il così dolce solenne tuo incedere, / il tuo scorrere a notte lungo l’Europa illuminata, / o treno di lusso!, e l’angosciante musica / che va frusciando lungo i tuoi corridoi di cuoio dorato / mentre, di là dalle laccate porte dai grevi chiavistelli in rame, / i milionari dormono. [...] La prima volta che sentii tutta intera la gioia di vivere / fu in una cabina del Nord-Express, tra Wirballen e Pskow.” Poi, nella medesima lirica, ritorna a sé: “Ah, occorre che gli strepiti e il moto suo stesso / entrino nei miei versi a dire / per me la mia vita indicibile, la vita mia / di bambino che nulla vuol sapere / e che spera in eterno le più indistinte cose.” (Ode. Mia ogni traduzione sparsa lungo il presente scritto.) Semplice e lieve, la vita quotidiana è là, col suo monotono brusio: “O splendore della vita comune, del tran tran ordinario!” (Alma perdida) La nostalgia dell’indistinto può a volte farsi ombra, vaghezza, sfumatura, però non si spappola mai in descrizione confusa: visivo più che visionario, i luoghi che visitò ritornano sul foglio con puntuale nitore pregno di echi, quasi con alta e nobile pedanteria: quella che, e non è che un esempio, usò in una lirica nominando la felce arborescente dell’Orto botanico di Napoli: quella pianta, quel luogo. Codesto nominare può giungere a sgranarsi in gaudiosi rosari: un luogo dopo l’altro, un nome accanto all’altro. Pericoloso affare! Il rischio della suggestione facile bracca osceno la penna. Immaginiamo, per meglio intendere la cosa, un cantautore che, a fugare la noia d’un troppo lento pomeriggio, accosti nomi di luoghi e di popoli d’Oriente in un nastro di accordi poco più che puerili - banalità in forma di canzone. Nemmeno occorre immaginarselo, giacché esiste di suo, ed è il Franco Battiato di Strade dell’Est. Fu, sì, notato che Larbaud ecceda in punti esclamativi; ma in battiatismi non si invilì giammai. 

Bene. La principessa di Bassiano, che viveva a Parigi, aveva chiesto al Larbaud, in viaggio per l’Italia, une longue lettre (qui tradurre è superfluo). Perfetto cavaliere, Larbaud obbedì: la compose: a Bologna, nell’Agosto del 1924; la ripartì in capitoletti; la intitolò Lettre d’Italie; la fece pubblicare pochi mesi dopo. Di essa qui intendo parlare. Mi parrà di viaggiare lungo il suo corpo, da cui strapperò qualche brano.    

Valery è felice di trovarsi in Italia, in compagnia di amici veri, di veri uomini di Lettere: Henry Festing Jones, Mario Puccini, Milan Begovic... Li affratella l’amore per la lingua italiana. Amica o no che sia l’anagrafe, spumeggia giovinezza lieta, si rapprende su un foglio che sembra grato di assorbire l’inchiostro le lettere le sillabe le parole le frasi... I luoghi visitati: la Bocca d’Arno, Firenze, Rimini, San Marino, Loreto; nòcciolo duro dichiarato, il borgo di Giacomo Leopardi.

Larbaud confessa con orgoglio di patire la fascinazione della lingua toscana e di chi la parla: “la sua pronuncia pura, le sue parole sempre giuste.” In una Firenze spopolata e assopita dall’estate rovente, non vede nulla, non incontra nessuno. Si reca solamente al Cimitero acattolico, a deporre un mazzetto di fiori sulla tomba di Walter Savage Landor. Soltanto la destinataria della Lettre conosce i motivi profondi di una tale “visita di rito, di tradizione.” Noi, che possiamo soltanto supporli, rispetteremo la pudìca reticenza.

Altra atmosfera in Bocca d’Arno. Cibi, vini, letture; danze di corpi seminudi - e la parola ritorna a fluire, felice delle “passeggiate nella pineta, secca e netta come un erbario, per magici sentieri all’ombra degli alti piumaggi di questi alberi divini quasi come gli olivi e i cipressi. Dune impreviste, valloni e deserti in miniatura, laghi ignoti ai geografi, e misteriose fonti di fiumi che tra le sabbie si perdevano [...]”

La visita a Loreto ritorna a imporre al viaggiatore la castità del silenzio. Pensa di già a Leopardi. Si sforza di guardare ogni cosa con gli occhi di lui, che giovinetto vi era stato in visita più volte. Ma poi erompe un grido. È la scritta latina gravata sull’altare della Santa Casa a strapparglielo: Hic Verbum caro factum est, “Il Verbo, qui, si è fatto carne” - e l’urlo è modulato col riportare un brano di un’ode di Jean-Baptiste Rousseau inneggiante alla Vergine: un’ode dall’“avvio sublime, su una nota elevata, simile all’improvviso esplodere di un canto di trionfo su un organo immenso: ‘Regna a sua volta Eva, trionfante sul dragone’.”

Avere visto e scriverne è però solo un modo di intendere il viaggio. Viaggiare può essere infatti anche andare a raggiungere ciò che si era sognato. Le prose e i versi di Leopardi, e la allora assai nota biografia che Giuseppe Chiarini gli aveva dedicato, avevano tracciato nell’anima di Valery Larbaud un quadro dell’archetipale borgo inabitabile. Recanati in realtà si palesa come vista leggiadra, tutta in gloria d’azzurri. Doverci vivere sempre e per forza: ecco la dannazione! Anche qui, Valery guarda con gli occhi di Giacomo: di Giacomo, di cui avverte la voce più propria in versi quali “ed alla tarda notte / un canto che s’udia per li sentieri / lontanando morire a poco a poco, / già similmente mi stringeva il core.”; di Giacomo, che scopre l’essenza “del ricordo (‘il rimembrar delle passate cose’), la volontaria e cosciente riconquista del passato, la cui eco raggiunge anche noi.”

Ma Recanati era il conte Monaldo, e palazzo Leopardi era Adelaide Antici. Li ho sempre immaginati vecchi, dovendomi ogni volta costringere a pensare che quando Giacomo nacque Monaldo non aveva che ventidue anni, e venti ne aveva Adelaide. Lui timido, pauroso, convinto delle proprie idee. Il passato è certezza, l’avvenire dubbio. Letterato, pensatore, uomo della provincia papalina, serioso più che serio, sogna Giacomo vescovo, o addirittura papa. Il figlio arde di altra brama. Vuole essere amato. Vuole la gloria. La verità che si fa forma è in lui passione “cui s’abbandona come un dannato alla fiamma” - e ciò Monaldo non comprende. Adelaide, benché marchesa, è un’“aspra contadina brutale e illetterata.” Non era illetterata, e Monaldo era da più di quanto Larbaud dica. Intanto, tali entrambi per Giacomo, e per Paolina e Carlo, e per tutta la prole che ebbero: un padre colmo di paure, una madre tutta algori e durezze. Il borgo di vacui galantuomini e di zoticume ridacchiante, i genitori privi d’aria, le malattie, la povertà... Ma Giacomo trionfa. Ci nutre. Lo amiamo.

Larbaud quasi gioca a elencare le soglie che portano alla gloria, ma il suo discorso è serio. Meritare l’alloro non è di per sé conseguirlo. L’eroe letterario è come un santo laico. Occorre una voce autorevole che, vivente o morto, lo ponga sugli altari: pian piano lo vedranno e lo venereranno tutti. La gloria grande, la gloria sognata con insolente desiderio, Giacomo non gustò. Ma seppe in ogni istante di essere ciò che era. Scolpì sul foglio quasi fosse una roccia. Rimase, il segno. Qui non è più Larbaud a parlare. L’Editoria di allora, timorosa della censura e sparagnina sulla carta da imprimere, non si era ridotta a tremare di fronte a due irrealtà, a due astrazioni, a due buie fantasime per giunta incompatibili tra loro. Avrebbe mai Leopardi scritto quello che scrisse sotto il beffardo incubo d’un revisore che l’avrebbe ridotto a brodino per la bocca, congetturata senza denti, del Lettor Medio e del Signor Tutti? - le irrealtà cui alludevo. Se questa vita è marcescenza e la parola eternata riscatto, che cosa avrebbe fatto Giacomo di tutte le sue carte sapendo che, secondo prassi, le estreme e indelebili muffe le attendevano al varco editorio? Le avrebbe date al fuoco? O si sarebbe piegato a vedere L’infinito andare per il mondo col nome suo d’autore però violato da altra mano in “Ho sempre amato questa appartata collina”? Incubo proiettato indietro, questo; inverecondo affanno che a Giacomo Leopardi la vita risparmiò.

Vakaric (Vaccarizzo Albanese), 21/I/2024

domenica 31 dicembre 2023

IL PATIBOLO E LA GRAZIA

di

Mario Gaudio

Inizierò con un aneddoto. Si racconta che lo scrittore russo Lev Nikolàevič Tolstoj (1828-1910) ricevesse quotidianamente per corrispondenza centinaia di versi di improvvisati poeti in cerca di un’approvazione e con sogni di visibilità. Soffocato dalle molteplici lettere, egli si lamentò della «perniciosa epidemia di poesia» che imperversava in quegli anni, ma il fenomeno non si stemperò né si interruppe e Tolstoj, quasi esasperato, passò all’azione decidendo di rispondere a questa singolare proliferazione poetica con delle cartoline su cui campeggiava un timbro riportante per tutti il medesimo testo: «Lev Nikolàevič ha letto i vostri versi e li ha trovati molto scadenti. In generale, non vi consiglia di dedicarvi a questa attività».

Non occorre grande acume per constatare che, a distanza di qualche secolo, la situazione denunciata da Tolstoj non solo non ha conosciuto miglioramento, ma è addirittura degenerata in una difficilmente reversibile inflazione della poesia. 

Allo stato attuale, sovrabbondano le pagine di autoincoronati poeti la cui discutibile scrittura si concretizza in una sequela di frasette motivazionali e qualche assonanza ‒ più casuale che voluta ‒ di banalità prossima a quella di targhe e lustrini distribuiti a iosa da case editrici interessate ad alimentare questo circolo vizioso al fine di trarne antologie e pubblicazioni più o meno vendibili, ma furbescamente fatte pagare all’aspirante poeta adeguatamente incensato in precedenza e sottilmente sottoposto ad opera di fumoso convincimento circa futuri, probabili successi letterari.

Basta questa sintetica analisi dell’odierno, devastato panorama poetico per renderci conto della difficile quanto valorosa resistenza dei pochi e validi poeti ‒ degni di tal nome ‒ che tentano faticosamente di far sentire la propria voce al di là e al di sopra delle ammalianti sirene di una mediocrità miracolosamente spacciata per arte e resa appetibile ai lettori dal potere dell’apparenza e dalle lusinghe della commercializzazione.

Ettore Marino fa parte dell’esiguo gruppo dei resistenti e, senza tema di smentita, Patibolo contribuisce a ravvivare la flebile ma indispensabile lucerna che i veri poeti ‒ ognuno nel suo tempo e nel suo spazio ‒ alimentano con devozione allo scopo di rischiarare il cammino collettivo in epoche sempre più buie e difficili.

Il poeta autentico assapora la vita e ne restituisce preziose impressioni, mimetizzandosi nel consorzio umano, pur nella consapevolezza di poter godere di un punto d’osservazione privilegiato: per dirla con le parole dello stesso Marino, questa «è l’antica finzione di chi va / al mercato a guardare, e si confonde / tra i compratori» (Estate 198…).

Sebbene costretto in un tempo che smania per trovare un senso ‒ «Marinaio per terra è questo tempo» ‒, il poeta compie imperturbabile la sua alta missione culturale e spirituale, benché non manchino momenti di naturale scoramento che l’estro di Ettore Marino dipinge in tre significativi versi: «[…] e se distraggo / lo sguardo dal sentiero, / è per l’antico vizio d’esser uomini».

L’intero universo racchiude poesia ‒ «Alberi pietre stelle vento mare / sanno, da sempre sanno e tacciono» (Lettera a un testimone) ‒ e il poeta sfiora ogni realtà dilaniando il suo animo in un atroce dubbio che oscilla tra il canto, che è soddisfazione dei propri istinti, e il silenzio, che ne è dolorosa e colpevole soppressione: «Come le fronde degli ulivi a queste / mani che ti carezzano ti pieghi. / Ed io non so se coglierti o morire».

Ovunque si leva un impetuoso anelito di vita. Marino, sorvolando idealmente le orientali atmosfere di una città antica, ce ne offre un commovente spunto: «Damasco. Ancora qui. Male o bene / che sia, vedono gli occhi / braccia, braccia che s’alzano, poi braccia. / Questo soltanto è certo: / una messe di uomini che vuole / vivere – e nulla più».

Come nella migliore tradizione poetica, l’innata sensibilità convive con la sottile ironia, cosicché il nostro autore svela il suo particolare segreto che congiunge spirito e materia, sapienza e stoltezza: «Io so essere terra, / io so mordere il lupo. / E quanto alla saggezza, / è un apriscatole / che consiglio a chi ha fame» (Congedo). 

Tanti, troppi sono i patiboli quotidiani innalzati sulla pubblica piazza delle nostre coscienze da aspirazioni mancate, parole non dette e buoni propositi abortiti a causa di una società in cui ‒ prendendo a prestito le parole de Le città invisibili di Italo Calvino ‒ «[…] per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s’appoggia ai parapetti del fiume con le tempie tra i pugni, alla mattina si sveglia da un brutto sogno e ne comincia un altro».

Lo scenario è sconfortante, ma l’autorevole voce della poesia assume il valore di monito e richiamo alla più profonda umanità. Il Patibolo di Ettore Marino diviene per tutti noi un’agognata, «tremula luce di grazia».

Spixana (Spezzano Albanese), 31/XII/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)



sabato 16 dicembre 2023

EIN GELÄNDERTER STEIG. NOTA SU FEDERICO SCHILLER

di

Ettore Marino 

Il breve saggio che segue mi era stato gentilmente pubblicato nel numero 74 (Gennaio - Giugno 2023) de ilfilorosso di Cosenza, ricco e leggiadro semestrale di cultura che con eguale gentilezza mi permette di riproporlo ai lettori di Terre Letterarie.

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Non ho mai incontrato nessuno che avesse letto Schiller. Non è colpa né merito. Sull’eventuale perché tenterò ben due ipotesi: una severa, una monella. Intanto: quale felicità sognò il poeta svevo?

Svevo di Marbach era infatti. Medico dell’esercito, la tesi con cui si era laureato aveva a titolo Sul nesso tra la natura animale e quella spirituale dell’uomo. Due nature, e un nesso che le avvince. Qui la chiave di volta. Tutto avrà poi a espandersi e ad approfondirsi: in drammi, ricerche storiografiche, saggi filosofici, ballate, liriche, epigrammi... Batté pure la via del romanzo, abbozzandone uno; e fu eccellente giornalista. 

Anche la più aurorale forma di riflessione palesa a chi la compie il disagio di una separatezza. Della separatezza, l’intensità analitica rese chiari allo svevo snodi e forme: Io e Mondo, Io e Io altrui, Corpo e Spirito, Necessità e Libertà, Natura e Storia, Legge e Arbitrio, Morale e Politica, Bello e Sublime, Grazia e Dignità... Separatezza è anelito all’unità. L’atto unificatorio tentato da Schiller sarà di rinvenire un nodo che salvifico stringa le istanze eccentriche o addirittura dilanianti, senza però cassare le determinatezze. Indagare il Bello e il Sublime era nello spirito dell’epoca. Lo aveva compiuto anche Kant, che Schiller lesse e meditò partendo dalla Critica del Giudizio. Sublimità sarà per Schiller la potestà ammirevole di una volontà che sappia non essere schiava delle inclinazioni, laddove sarà Bellezza la “libertà nel fenomeno”, cioè la spontaneità determinantesi da sé. Selvaggio è chi rimane schiavo delle inclinazioni, barbaro chi le soffoca. Bella sarà chiamata l’anima in cui il senso morale sia quasi un istinto armonizzante “sensibilità e ragione, dovere e inclinazione. La manifestazione di un tale modo d’essere verrà riconosciuta come grazia.” (Grazia e Dignità, 1793).  

Tiranno, lo spazio nega nuovi scavi. Spero comunque che sia chiaro che la felicità sognata da Schiller si dispiegasse in un’ariosa plasticità che ha nome di Armonia: auspicata, più che certa e trionfante. Figlia spontanea dell’identità è l’azione. Agire è però scelta, ogni scelta è una colpa, la reazione del mondo è destino, l’esito può fiorire amaro. È quanto patisce il Wallenstein dell’omonima trilogia drammatica (1798-1799), cui è colpa l’agire, cui è colpa l’indugio. Hegel ne saprà dare una lettura superba (Sul Wallenstein, data supposta il 1801). Il cupo portentoso eroe vuole restare al di qua dell’azione, in un’indeterminatezza che arresti eventi e tempo. Ma il contraccolpo della determinazione biforca ramificandosi in lui e fuori di lui. Sarà tristezza inesorata, e Hegel è scosso da un brivido: “Vita contro vita; ma contro la vita si leva soltanto la morte e - incredibile, insopportabile! - la morte vince la vita!” (traduzione di Furia Valori).

In una portentosa enfatica sgroppata lungo le ère dell’Umanità (La passeggiata, 1796), Schiller immagina un abisso. Traduciamone i versi: “Vedo l’etere immenso, in alto, in basso, / e tremore e vertigine mi colgono. / Ma tra le eterne immensità un viottolo / balaustrato rassicura e guida / laggiù il viatore.” Un balaustrato viottolo, ein geländerter Steig: da qui il titolo che diedi a questa nota. È un’immagine goffa. L’ha fatta germogliare la volontà di fornire sicurezza. Altrove, alla poesia e alla scena viene evitato il rischio che le si scambi con la vita. Il verso, infatti, e il gioco della rima, fugheranno la possibilità stessa dell’equivoco: “Seria è la vita, serena è l’arte.” (Wallenstein. Prologo). È forse proprio il (generoso e umanissimo) intento di rassicurare a tenere lontano da Schiller chi alla Poesia chiede un naufragio irredimibile. La nostalgia del Caos: pretesto a chissà quante chiacchiere presso i titani da salotto; la nostalgia del Caos: ansia reale, autentica, di un balzo che travalichi lo hóros (confine) dissolvendoti in quanto era prima di ciò che i nomi catturano e rendono nostro...

Schiller, intanto, è poco letto. All’ipotesi greve seguirà quella sbarazzina. Schiller fu fabbro di bronzee sentenze: importanti concetti secondo Benedetto Croce, immortali banalità per Oswald Spengler. Crudamente banali se avulse dal contesto, dette sentenze offrirono, nella Germania d’altri dì, succulenti bocconi a stuoli e stuoli di uggiosi prozii: quei prozii, voglio dire, che s’empiono la bocca rammemorando, a ogni crocchio e brigata e non senza storpiature, autori di fama antica e solida, col sottinteso che gli autori che vennero dopo (e che mai hanno letto) siano moneta senza peso. Aspro nemico del prozio è il fighetto, cui lo snobismo vieta i campi nei quali il prozio aveva grufolato. A prozio schilleriano, antischilleriano fighetto! Ma il fighetto di oggi è il prozio di domani: cembali entrambi malsonanti.

Non scrissi pei prozii, non scrissi pei fighetti. Voglio un lettore curioso come un bimbo, umile come un assetato, saggio come un vegliardo cui ogni alba rechi letizia nuova. Per lui trascriverò quanto di Schiller ebbe a dire Hugo von Hofmannsthal: “Nessun tedesco possiede un pari dinamismo [...]. La sua vita e la sua morte sono sorelle a quelle del torciere che stremato ha raggiunto la meta, e s’accascia a spirare trasfigurandosi in simbolo eterno. [...] Le opere sue più che ad altro somigliano alle navi maestose, forti di bellezza, la cui essenza è il moto: navi di meta certa, che mai vagando a caso legano terra a terra nobilitando ogni luogo che toccano...” E si chiuda così!  

Vakaric (Vaccarizzo Albanese), 16/XII/2023


domenica 3 dicembre 2023

SPIACCIA ANCHE A TE, SE A ME GIÀ SPIACQUE!...

di

Ettore Marino

Premessa prima. Soggiornavo a Cosenza. Alle ore diciotto di venerdì 24 Novembre mi trovavo da un pezzo al Cinema Citrigno. Vi proiettavano l’ultimo film su Bonaparte, e avevo temuto di non trovarvi posto. La sala, invece, era quasi deserta. Napoleon iniziò: regia di Ridley Scott, di David Scarpa il soggetto e la sceneggiatura. Compatii ogni assente. A proiezione consumata, ogni assente invidiai. Saltai la cena per stendere l’articolo. Lo ritoccai il giorno dopo. Fiumi d’inchiostri e di parole altrui avevano intanto sfogato, per video e per gazzette, la stessa mia delusa stizza. Avevo scritto invano. Se pubblico il mio pezzo, è soltanto perché lo trovo un poco meno inutile del film che lo ispirò.

Premessa seconda. Un’arcicara amica, scultrice di talento e fine storica dell’Arte (sentirla dissertare del Caravaggio o del Bernini è quasi averne, e con più nitido sguardo, i quadri e le statue innanzi agli occhi), coltiva un buffo vezzo: reputa degni d’esser visti soltanto i film recenti. Arduo è uccellare il punto esatto in cui secondo lei il vecchio cede al nuovo; per certo, un film vecchio non merita neanche di esistere. Un’idiosincrasia, codesta: lecita solo in quanto tale. Guaio è che lei qui non si fermi, bensì tenti ogni volta di convertirla in concetto e, giacché non lo può, il concetto abortisce ogni volta in una derisoria accusa a chi non condivida la personale sua allergia. So con troppa chiarezza che ogni giudizio estetico è soggettivo ma tende all’universalità; mai ho perciò confuso, nella stesura dell’articolo, quel che risuona in me con ciò che ha da valere per tutti. 

Napoleon, dunque. Mediamente belli i costumi, avvincenti le non impeccabili scene guerresche, color locale indovinato nell’insieme, appropriate le musiche.

Ora sondiamo il baratro. Perenne è la tensione tra invenzione e storia. Si danno sintesi superbe. Napoleon, lungo nastro di scene mal cucite, è il fallimento d’ogni sintesi. Troppi gli errori storiografici: un’assai celebre constatazione del principe di Talleyrand sui modi inurbani del Còrso è senza alcun motivo posta in bocca all’ambasciatore inglese; al contrario di ciò che vediamo, Bonaparte mai fece bombardare le Piramidi; Murat e Leclerc, il cui tempestivo intervento contribuì a faustamente risolvere il colpo di Stato del 18 Brumaio, non sono neanche nominati; taciuto è pure il nome del maresciallo Ney, il quale, promesso ch’ebbe a Luigi XVIII di condurre a Parigi in un gabbione in ferro Bonaparte fuggito dall’Elba, si unì invece, col reggimento intero, a Bonaparte stesso; al Napoleone asceso all’imperiale soglio ci si rivolgeva col titolo di sire, laddove, almeno nel doppiaggio italiano, viene spesso chiamato, e ciò è oltre il grottesco, imperatore; Pio VII, forzoso testimone dell’autoincoronazione a Notre-Dame, sembra un vecchietto isterico che, umiliato dal despota, tenti maldestramente di rizzarsi in piedi snocciolando frasi di circostanza con la voce stentorea e la beota enfasi di un cinegiornalista dell’EIAR; a Waterloo vediamo (inesistite) trincee; mai Wellington andò a visitare Napoleone prigioniero sul Bellerophon; l’eroe esiliato morì a letto, e non, com’è secondo Scarpa e Scott, su una sedia in giardino. Non chiamerei errore, bensì (grata) licenza scenica, il fatto che Marie Antoinette venga condotta al patibolo vestita d’azzurro e con la precocemente incanutita chioma che le danza sugli omeri e intralcia e impaccia l’operato del boia, mentre il capitano Bonaparte, che in verità non c’era, guarda pensoso e preoccupato.

Le due ore e quaranta minuti di film non potevano certo coprire tutti gli snodi storico-epocali che una così vasta epopea chiude in sé. Condotta in modo desultorio e sfilacciato, la necessaria scelta ha intristito non pochi storiografi: per come concepita, e per il fatto stesso che sia stata operata. Personalmente credo che Scarpa e Scott abbiano confidato nella diffusa comune conoscenza del fenomeno Bonaparte, scegliendone i lacerti a loro parsi più succosi. Si aggiunga che sarà quanto prima fruibile una versione piena, di più di quattro ore di durata, buona spero a colmare più d’una lacuna.

Un re di Macedonia disse che nessun eroe è tale per il proprio garzone da camera. Due millenni più tardi, Hegel, che negli eroi a suo modo credeva, commentò che è così per la naturale miopia del garzone, e Schopenhauer ribatté che ogni eroe è tale solo per alcuni rispetti e in alcuni momenti: prima e dopo, è egli uomo tra gli uomini, come ogni cameriere sa. Del Bonaparte uomo la psicologia è sondata nel film per elementari balbettanti occhiate nel suo guscio domestico: occhiate che con pretensiosa definitività ci scodellano un Bonaparte dominato dalla madre e infantilmente infatuato di una Joséphine di cui è geloso al punto da abbandonare la campagna d’Egitto per avere saputo (udite bene!) che lei gli fa le corna. In scene tra di commedia e di filmetto scollacciato, patetiche se volute tali e desolanti se volute non furono, il maltrattato grand’uomo sembra il brodo ristretto d’un cagnolino mal svezzato e d’un troppo voglioso porcello.

Se produttori e casting lo lasciano in pace, ogni regista sceglie gli attori che vuole. Il Robespierre che descrizioni e ritratti hanno depositato nella memoria d’Occidente era un giovane uomo magrissimo, occhialuto, giallastro per frequenti emicranie e mal di fegato perenne - e il Robespierre del film è un cinquantenne cicciosetto. Quanto al Napoleone che ognuno vede con gli occhi dell’anima, era ossuto e crinito da giovane, stempiatello e panciuto nella maturità, e sempre e in ogni istante inquieto, mobilissimo, fulmineo d’occhi, di volontà, d’intelletto... Tirannico è l’immaginario: nella vaghezza sua, nella sua precisione. Ritorno a dire: scelga il regista gli attori che gli aggradano; sia padrone davvero, il regista e ogni autore, dell’opera sua propria. L’immaginario mio, però, qui umile propaggine di quello collettivo, si contorce ferito alla vista d’un Bonaparte plumbeo come Joaquin Phoenix: aspro è infatti aspettarsi un occhio d’aquila per poi doversi accontentare dell’occhio d’un bove stupito.

Mentre il capitano Bonaparte s’ingegna a liberare il porto di Tolone, un proietto gli uccide il cavallo. Portato a termine il suo compito, il vittorioso ufficiale infila un braccio nella carcassa del povero quadrupede, ne estrae la palla che l’ha ucciso e la consegna a non ricordo chi perché la porti a sua madre. Pegno greve di simboli, quel proietto di bronzo. Mi dissi certo che, in ossequio alle leggi e all’arte del narrare, sarebbe ricomparso. Certezza erronea: mai più lo rivedemmo. È un vuoto, un venir meno, un incongruo mancare - una falla biancastra che a guisa di cifra racchiude la vacuità sgraziata dell’intero film.

Vakaric (Vaccarizzo Albanese), 03/XII/2023


venerdì 17 novembre 2023

LA FILOSOFIA E LA COMPRESSA

di

Mario Gaudio

Benché breriano sfegatato, una colpa gravava su di me: quella di ignorare completamente l’esistenza di un libello intitolato Introduzione alla vita saggia che lo scrittore di San Zenone Po aveva licenziato nell’ormai lontano 1974.

Un caro amico ‒ breriano anch’egli fino alle midolla ‒ me ne fece gradito dono in occasione della presentazione di un suo libro di versi e il Caso ‒ dotato dell’imprevedibilità dei matti ‒ dispose il mio incontro con questo insolito testo di Brera in un piovoso pomeriggio autunnale.

Ristampato recentemente per i tipi de Il Mulino, con prefazione del poliedrico Carlo Verdone e postfazione di Paolo Brera ‒ figlio di Gianni e, a quanto pare, degno erede di penna ‒, il volumetto (poco più di settanta pagine son sufficienti per chi racconta in bello stile, ma senza fronzoli) raccoglie argute meditazioni sul tema dell’ansia, compagna dell’umanità dai tempi delle caverne a quelli dei grattacieli. 

Spogliatosi delle vesti di giornalista sportivo e abbandonate altresì quelle del romanziere, l’autore si sofferma con tratto ironico e colto sulle tappe salienti che hanno condotto l’Uomo a scoprire il concetto di anima e sull’inevitabile e dolorosa conseguenza di una simile scoperta: lo sviluppo di uno stato ansiogeno derivato dal rapporto con l’ambiente circostante e dalle aspettative legate ad un futuro incerto per definizione.

Con la saggezza di chi ha accumulato esperienze amando la vita e assaporandone lecitamente i piaceri ‒ son note, in proposito, le sue passioni enogastronomiche consumate in barba ai picchi glicemici‒, Brera costruisce una personale filosofia sull’argomento, bandendo astruse teorizzazioni e conservando un sano buonsenso paesano che si traduce in un’immagine antica ‒ ma significativa ‒ in grado di condensare il messaggio principale del libro: «Le mie ansie, per dirla schietta, oscillano fra il timore che si spenga [la fiammella dell’anima, n.d.a.] e la speranza che arda troppo».

Di tempra marcatamente oraziana, tale considerazione si traduce in un elogio dell’aurea mediocritas e nell’invito a saper leggere gli eventi per coglierne l’attimo giusto ‒ ritorna il carpe diem del poeta di Venosa ‒, affinché si possa «scegliere l’istante buono per mettere sottovento la preziosa fiammella dell’anima» ed evitare che essa si spenga tramutando un’ansia fisiologica e costruttiva in nera e devastante depressione.

Quando la via filosofica alla saggezza e all’equilibrio risulta insufficiente, Brera non disdegna di metter mano ad un «astuccio di solido cartoncino» per cavarne una compressina che «fuoriesce con un grato scricchiolio di caramella scartocciata». Lo scrupolo lo induce, molto spesso, a dividere quell’unico milligrammo farmaceutico in due porzioni ridotte a tal punto da divenire quasi un placebo, ma capaci di dar improvvisa sensazione di ritrovata salute.

L’effetto benefico scaturisce in realtà dall’inganno di se stessi più che dalla sostanza curativa e l’autore ne dà testimonianza riportando due gustosi aneddoti che, a ben vedere, paiono quasi boccacceschi: nel primo, un verboso avvocato afflitto da terribile emicrania è risanato da una pillola per il diabete che Brera, da malizioso buontempone, offre come infallibile rimedio per il mal di capo; nel secondo, l’autore ricorda l’effetto delle cialde purgative militari propinate ad un rumoroso proprietario di casa sopraffatto da un accesso di tosse tubercolotica immediatamente sedata da quell’inappropriato rimedio.

Tra il serio e il faceto, Brera ‒ come è lecito per ogni scrittore ‒ «forza un po’ i limiti della sua esperienza», restituendoci una deliziosa riflessione spirituale e umana attraverso pagine che ben si accompagnano ai primi rigori di stagione e ad un immancabile vino da meditazione.

Spixana (Spezzano Albanese), 17/XI/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)


giovedì 28 settembre 2023

DI PAESAGGI GUARITI E MEMORIE RISANATE

di

Mario Gaudio

L’umanità ha da sempre avuto un atteggiamento bifronte nei confronti della memoria e la letteratura, fedele specchio della vita e dei tempi, ha provveduto in più occasioni a registrarne gli esiti.

Da un lato, si è sviluppato un senso di repulsione verso il ricordo. Ne dà testimonianza l’argentino Jorge Luis Borges (1899-1986) che, in uno degli scritti contenuti nel volumetto filosofico-letterario intitolato Altre inquisizioni, racconta un episodio particolarmente significativo: «Il fuoco, in una delle commedie di Bernard Shaw, minaccia la biblioteca di Alessandria; qualcuno esclama che brucerà la memoria dell’umanità, e Cesare gli dice: Lasciala bruciare. È una memoria d’infamie». [1]

Dall’altro lato, parafrasando il titolo di un famoso saggio di Primo Levi (1919-1987) e inquadrandolo in un’ottica universale, i «salvati» di ogni epoca e luogo hanno cercato di custodire e di tramandare con fedeltà la memoria dei «sommersi», di coloro che non erano riusciti a sopravvivere di fronte alle oppressioni della Storia.

L’essere testimone diventa una necessità, un fuoco interiore, che assume un profondo valore morale e civile e una altissima responsabilità verso l’avvenire. Riecheggiano, quasi a far da sintesi ai sentimenti ispiratori di tali guardiani della memoria, le parole pronunciate da Giovanni Ernani, geniale e lunatico protagonista del film Viva la libertà (2013), diretto da Roberto Andò. Egli, in preda a realistica autocritica, si abbandona ad uno sfogo sui temi della verità e della memoria, autodenunciandosi per le mancanze di coraggio del passato e impegnandosi per il futuro in questi termini: «Siamo stati senza una voce chiara. Anche se di tanto in tanto qualcuno pensava a parlare, la gente non sentiva niente. […] Io sono qui per far sì che domani non si dica: i tempi erano oscuri perché loro hanno taciuto».

Il libro di Alberto Cavaglion si schiera senza esitazione dalla parte della memoria, ma «gli allor ne sfronda», leggendo in senso critico i luoghi e gli artefici del ricordo e analizzando categorie desuete o inefficaci e logore modalità attraverso cui si continua a trasmettere ciò che fu alle giovani generazioni. 

Tutto parte dall’idea di un paesaggio convalescente su cui gli uomini e la Storia hanno inferto ferite che il buon senso suggerisce di curare ricomponendo le vistose fratture materiali e spirituali che separano popoli, terre e culture.

Per far ciò è doveroso superare l’abusato concetto di «luogo della memoria» per pervenire ad un salutare esercizio di piena consapevolezza dei fatti storici che è destinato a sfociare nella cosiddetta «memoria obliqua».

Tale definizione, coniata dallo studioso francese Philippe Lejeune, indica una memoria coltivata nell’intimo o in piccoli gruppi, pertanto lontana dai raduni di massa e dalle inevitabili retoriche e ipocrisie che ne scaturiscono. 

Si tratta dunque di memoria raffinata nel crogiuolo dell’interiorità, non politicizzata secondo le mode del momento, frutto di un certosino lavoro di scavo e dell’instancabile volontà di rintracciare nel paesaggio i segni ‒ spesso dolorosi ‒ della Storia.

Tutto ciò genera discorsi che, come giustamente rilevato dall’autore, «non hanno mai un bell’aspetto, ma nascondono al loro interno il senso dell’autenticità».

Il lettore dal palato raffinato avverte l’eco di un famoso passo del Simposio di Platone in cui Alcibiade dichiara il suo trasporto intellettuale per Socrate paragonandolo alle statuette lignee raffiguranti Sileno che, per quanto esteticamente poco gradevoli e grottesche, una volta aperte, svelano la vera immagine della divinità.[2]

Si ripropone quindi, sul versante della memoria, l’eterno conflitto tra l’intus e l’extra, termini estremi dalla cui riconciliazione può nascere una visione equilibrata degli avvenimenti storici.

Cesare Pavese, in una nota de Il mestiere di vivere datata 24 aprile 1936, evidenziava come «[…] l’unico modo di sfuggire all’abisso è di guardarlo e misurarlo e sondarlo e discendervi».[3] È palese un climax rappresentato dai quattro verbi che conducono, solo in una fase finale, al contatto con ciò che è ignoto. Le azioni del guardare, misurare e sondare precedono la catabasis e condensano quello studio preparatorio per affrontare con consapevolezza la visita presso i luoghi in cui l’umanità ha sperato e sofferto, si è perduta e risollevata, ha toccato il baratro e le stelle.

Una simile impostazione del pensiero stride vistosamente con le attuali consuetudini, dal momento che il contatto con luoghi altamente evocativi quali Ferramonti, Fossoli, Borgo San Dalmazzo o la terrificante Auschwitz si consuma quasi sempre in una sorta di atteggiamento rituale o ‒ nella peggiore delle ipotesi ‒ modaiolo, senza la mediazione dei grandi scrittori e il percorso propedeutico necessario a decontaminare le memorie.

Appare chiaro il bisogno di combattere con vigore alcune nefaste tendenze che inquinano il ricordo e ne inflazionano i paesaggi. È essenziale cancellare la banalizzazione, che sminuisce la gravità degli eventi, la sacralizzazione, che decontestualizza i testimoni rendendoli oggetto di morbosa attenzione e inopportuno culto, e la commercializzazione, che infanga e sfrutta il dolore delle persecuzioni razziali in nome e per conto del più bieco capitalismo.

Cavaglion riprende la singolare classificazione dei paesaggi fatta dal francese Gilles Clément, secondo cui il primo paesaggio è quello incontaminato della natura, il secondo è generato nelle arti figurative e nella letteratura, mentre il terzo si compone degli spazi disabitati o abbandonati dalla presenza umana. A ciò il nostro autore accosta un ipotetico quarto paesaggio che si identifica con i luoghi recanti le ferite della Storia e che, ovviamente, costituisce l’insieme delle memorie da decontaminare.

L’itinerario di bonifica dei paesaggi e delle memorie ha già mosso i primi passi nel contesto altamente simbolico della stazione Transalpina di Gorizia. Essa rappresenta l’emblema di una città umiliata e divisa che, nel 1947, fu smembrata in due da un confine che ne distribuiva i quartieri tra l’Italia e la Jugoslavia. L’intenso lavoro di decontaminazione è sfociato nella decisione di far diventare contemporaneamente Gorizia e Nova Gorica capitali europee della cultura 2025.

Tuttavia, è bene precisare che tale processo di risanamento del paesaggio non è esclusivo dei tempi moderni e Cavaglion riporta in proposito il racconto del tentativo dell’editore di origine ebraica Angelo Fortunato Formiggini (1878-1938) di creare una Casa del ridere, museo irrealizzato che avrebbe dovuto raccogliere le caricature, le musiche e i pezzi satirici composti in trincea dai soldati della Grande Guerra. Tutto ciò non vide la luce e Formiggini stesso pose fine ai suoi giorni lanciandosi dalla modenese torre della Ghirlandina, all’indomani dell’approvazione delle vergognose leggi razziali.

Scomodando Zygmunt Bauman (1925-2017), abitiamo tempi liquidi. Ne consegue l’importanza di cogliere preziosi insegnamenti come quelli contenuti nel volume di Alberto Cavaglion, per donare al passato la sua giusta dimensione e leggerlo in una prospettiva scevra da condizionamenti e intrisa dai principi della “filosofia del ciononostante”, la cui essenza è compendiata nelle parole di Cesare Cases con le quali desidero concludere queste mie brevi considerazioni: «Tutto quanto di valido l’umanità ha prodotto, lo ha prodotto “come un ciononostante”, a dispetto delle avversità, piegando queste alla propria volontà, traendo vigore dal dolore e intelligenza dalla fatica».

Possa il presente richiamo alla fortezza d’animo essere auspicio per il nostro futuro!

Spixana (Spezzano Albanese), 28/IX/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

[1] Jorge Luis Borges, Altre inquisizioni, traduzione di Francesco Tentori Montalto, Feltrinelli, Milano, 2005 (1960), p. 115.

L’episodio cui si fa riferimento è tratto dal dramma storico di George Bernard Show (1856-1950) Cesare e Cleopatra, scritto nel 1898 e andato in scena integralmente nel 1906 presso il New Amsterdam Theatre di New York.

[2] Sulla tematica del Sileno cfr. Nuccio Ordine, La soglia dell’ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno, Marsilio, Venezia, 2004 (2003), pp. 37-40; Nuccio Ordine, Contro il Vangelo armato. Giordano Bruno, Ronsard e la religione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007, pp. 167-171.

[3] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay, Einaudi, Torino, 2000 (1952), p. 36.


venerdì 8 settembre 2023

BERNHARD, UN ECCENTRICO A FERRAMONTI

di 

Mario Gaudio

Dottissimo, visionario, incrollabilmente fiducioso nell’azione di una Provvidenza ‒ solo in parte cristiana ‒ figlia spuria di un sincretismo che miscela credenze, avvicina epoche, abbraccia Oriente e Occidente, amalgama saggezze e vite di uomini profondamente diversi tra loro nello spazio e nel tempo, Ernst Bernhard (1896-1965) trasmuta la costrizione della condizione di internato in un itinerario di analisi dei meandri più riposti della propria psiche.

La straordinaria avventura di questo intellettuale sui generis è oggi raccontata attraverso puntuali testimonianze raccolte in un pregevole volumetto curato dall’instancabile Teresina Ciliberti, direttrice del Museo Internazionale della Memoria Ferramonti di Tarsia, e stampato per i tipi di Edizioni Expressiva. 

Ricostruire la vicenda storica di Bernhard significa partire dal suo essere ebreo in un’epoca che degli ebrei aveva deciso di fare a meno. La professione medica, la vasta cultura e la fama di brillante psicoterapeuta ‒ si segnala in proposito la collaborazione a Zurigo con Carl Gustav Jung ‒ non lo immunizzano dalla persecuzione. Dopo aver lasciato la Germania nazista e vanamente sperato in un asilo inglese, egli giunge a Roma dove, benché cittadino rispettabile, è arrestato secondo le prescrizioni delle vergognose leggi razziali. Tradotto a Regina Coeli, ne viene deciso un celere trasferimento presso il campo di Ferramonti di Tarsia e qui, tra le generosità della campagna calabrese, inizia il processo di progressivo disvelamento della complessa personalità di Bernhard.

Approdato tra le baracche della prigionia ‒ che, ricordiamo per correttezza storica, fu praticata in Ferramonti senza mai perdere una certa dose di umanità ‒, sceglie di vivere in maniera «consapevole» la «situazione eccezionale» in cui è precipitato, cercando di metabolizzare quell’esperienza per mezzo di una scrittura terapeutica indirizzata contemporaneamente tanto a se stesso (diario) quanto al mondo esterno (epistolario).

La razionalità della penna convive costantemente con le molteplici incursioni che Bernhard compie nell’universo dell’illogico a cui accede tramite la consultazione del libro de I Ching, testo dell’antica sapienza oracolare cinese che lo accompagna nel periodo della restrizione e che sarà utilizzato come strumento di elaborazione delle sue metodologie di indagine psicoterapeutica anche negli anni successivi.

Ne emerge la figura di un uomo proteiforme nel sapere, ma votato alla riflessione e tenacemente religioso nel senso antico del termine. Egli ha fiducia nell’avvenire e tale atteggiamento è ricompensato da una inaspettata combinazione che, nell’aprile 1941, si trasforma in occasione di libertà. 

Il Caso ‒ o una delle tante divinità a cui il pensiero eterogeneo di Bernhard fa riferimento, essendo attento studioso di ebraismo, protestantesimo, tradizioni orientali, meditazione e astrologia ‒ assume le sembianze di Giuseppe Tucci, archeologo e amico del Nostro, che, affratellato dall’amore per la conoscenza, intercede direttamente con la sua influenza presso il Duce, consentendo un’inaspettata liberazione proprio pochi giorni prima di una programmata ‒ e probabilmente fatale ‒ deportazione in Polonia.

Vasta è la riflessione filosofico-psicologica sviluppata negli anni ma, in proporzione, esigua risulta essere la produzione scritta dell’intellettuale tedesco che, a ben vedere, eccettuato un interessantissimo saggio intitolato Il complesso della Grande Madre, si riassume nell’unico volume della Mitobiografia, la cui pubblicazione è dovuta alla fedele allieva Hélène Erba-Tissot.

Di notevole importanza è sicuramente il carteggio Bernhard-Jung, dalla cui lettura si evince un complicato rapporto tra due individui accomunati dallo studio della mente, ma anche e soprattutto dall’alternarsi di amabili cortesie e inspiegabili freddezze.

Ferramonti è per Bernhard una dura palestra esistenziale. Nel campo, tra le vicissitudini di genti diverse, letture e conferenze di pedagogia, egli avverte il peso della Storia e si incarica di sostenerlo ‒ novello Atlante ‒ sfruttando il tempo per penetrare i segreti dell’animo e ricercare gli invisibili legami simpatetici tra le cose.

La segnante esperienza si traduce, nel dopoguerra, in una tecnica di analisi non più asettica (come da prassi freudiana), ma divenuta un affabile «colloquio psicologico» incentrato sulla relazione umana tra analista e paziente. Ne sperimenta l’efficacia persino il regista Federico Fellini (1920-1993) che, in un momento di aridità creativa, ricorre al coinvolgente dialogo risanatore con Bernhard.

Nel settembre 1943, le avanguardie militari britanniche liberano Ferramonti, restituendo totale dignità a quanti vi hanno forzatamente soggiornato.

Significativi sono stati gli atti di solidarietà, parecchie le mani tese e altrettanto numerosi gli ordini trasgrediti o i regolamenti blandamente applicati da chi quel campo lo aveva in custodia.  

A noi, cultori della memoria, piace celebrare l’ottantesimo anniversario di questa liberazione onorando la straordinaria vita dell’eccentrico Ernst Bernhard.

Spixana (Spezzano Albanese), 08/IX/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)

venerdì 25 agosto 2023

"MORIMONDO", EPOPEA DI ACQUA E DI CARTA

di

Mario Gaudio 

Ci sono viaggi che scuotono le esistenze anestetizzate dall’illusorio scintillio di un capitalismo divenuto sempre più inumano e incapace di contemplare al suo interno spazi riservati alla bellezza e al silenzio.

La tirannia dell’agenda quotidiana, la cancrenosa assuefazione alla superficialità, la malsana abitudine al consumo del non necessario, la diabolica catena della corsa all’iperproduzione ‒ ingannevole miraggio di un altrettanto chimerico benessere ‒ attoscano giorni che inesorabilmente si polverizzano, accorciando vite e riducendo le occasioni per godere di esperienze, persone e luoghi trascurati dalle nostre croniche disattenzioni.

Incapaci di evadere da gabbie senza sbarre impunemente battezzate col nome di “uffici” e stancamente arresi ad interminabili giornate dal sapore di tabacco e caffè, ci arrivano in provvidenziale soccorso alcuni testi in grado di scalfire le artificiose sicurezze, squarciando ingannevoli fondali di scena e aprendo sipari su insospettabili e affascinanti nuove realtà.

Morimondo, partorito dalla prolifica penna di Paolo Rumiz, appartiene a siffatta categoria di libri ed ha la forza ‒ o forse il coraggio ‒ di pronunciare un sacrosanto j’accuse contro l’odierna società acritica e distratta, raccontando di un microcosmo umano carico di valori che vive ‒ o comunque si sforza di farlo con suprema dignità ‒ lungo le rive del Po. 

L’autore, giornalista di carriera e instancabile viaggiatore, narra storie, riti e miti dell’italico fiume da un’inedita prospettiva acquatica, compiendo un’avventurosa navigazione da Staffarda ‒ poco sotto le sorgenti del Monviso ‒ sino all’Adriatico, punto di confluenza tra le acque fluviali e marine ed inizio di un nuovo itinerario.

La discesa verso il Delta è affrontata in compagnia di un gruppo di amici entusiasti e diventa occasione di contatto con l’antica cultura rivierasca custodita da gente semplice e tenace, abituata a vivere in simbiosi con il Grande Fiume e ad ascoltarne con sacro riguardo la voce. 

Tra le vaporose nebbie mattutine, l’ipnotica danza delle lucciole in mezzo ai canneti e le variopinte livree delle libellule si celano scricchiolanti moli che conducono ad accoglienti osterie immerse in atmosfere dei secoli andati. Attorno ai tavoli siedono uomini e donne del popolo del fiume che, tra un bicchiere di Bonarda e un’anguilla marinata, rievocano gli antichi racconti dei padri impregnati di gratitudine verso il Po, fonte primaria di sostentamento, e di paure ataviche provocate dalle rovinose piene, segno drammatico e tangibile dell’indiscutibile signoria della Natura.

Rumiz raccoglie questi umori, li miscela, li agita, li distilla attraverso gli alambicchi della scrittura, ricavandone una preziosa essenza che profuma di vite logorate dalla fatica, ma ritemprate e rese felici da un corso d’acqua che si trasforma in compagno di viaggio e inesauribile miniera di validi insegnamenti e mai tramontati valori di laboriosità e mutua assistenza.

Il fluire della corrente si trasmuta per Rumiz e compagni in un progressivo processo di liberazione interiore reso possibile dal consolidarsi del contrasto tra la terra ‒ la quale è manifestamente «norma, regola, legge, religione, solco dell’aratro, perimetro del tempio» ‒ e l’acqua che, al contrario, si configura come «spazio sacro ingovernabile, superficie senza recinti né frontiere».

Ne vien fuori un metaforico percorso dalla sorgente alla foce che, a ben pensarci, è, per questi novelli Argonauti e per noi appassionati lettori, una sorta di efficace «riassunto dell’esistenza».

La narrazione di Rumiz ha il potere di coinvolgere tutti i sensi. Priva di infiorettature retoriche, in essa convivono felicemente ‒ brillante amplesso liquido tra inchiostro e acqua di fiume ‒ la facilità dei tratti rettilinei e l’intrico dei passaggi più complessi che conducono a gustose digressioni antropologiche ed ampie parentesi riservate ai succulenti piatti della gastronomia padana, ai sanguigni vini locali e alle espressioni caratteristiche di arcaici dialetti ormai in via di estinzione. 

Non mancano incursioni nelle sconfinate regioni del mito che si concretizzano nella riproposizione di vetuste leggende di storioni parlanti, mostruose entità fluviali ‒ tra cui primeggiano il serpentiforme Tarantasio e l’infida Borda, maligna divinità preposta a risucchiare nelle tenebre i malcapitati che sostavano ai limiti dei pozzi ‒ e creature dalle delicate sembianze femminili apparse misteriosamente tra le onde per soccorrere pescatori e battellieri in procinto di annegare.

La sensibilità dell’autore si concentra altresì su pratiche di culto a cui i rivieraschi continuano ad essere particolarmente legati. Tra queste vanno obbligatoriamente menzionate le rogazioni, processioni celebrate per chiedere la salubrità del clima e l’abbondanza e per impetrare protezione divina contro le devastanti piene. 

Tuttavia, sotto i campanili che costeggiano gli argini del Grande Fiume non mancano le tracce di antiche forme di devozione popolare nate nella nebulosa epoca in cui residui di paganesimo continuavano a sussistere, nelle aree geografiche più isolate, accanto ad un Cristianesimo non ancora pienamente affermato. Rumiz riporta in proposito due significativi esempi relativi alla notte di san Giovanni: l’accensione di grandi fuochi a Crissolo ‒ allo scopo di allontanare gli spiriti del male ‒ e la consuetudine, diffusa in ampie aree della Padania, di far passare le mucche sulla cenere per stornare dalle stalle e dalla terra gli influssi venefici.

Emerge con chiarezza l’animo del popolo del fiume che ha saputo, nonostante lo scorrere implacabile del tempo, serbare uno stile di vita legato all’eredità culturale degli avi e all’incondizionato rispetto nei confronti del Po. Tutto ciò non può che stupire se si considera che il piccolo mondo celebrato da Rumiz palpita nel bel mezzo dei distretti più produttivi e sviluppati del Paese.

La modernità ‒ o presunta tale ‒ allunga comunque le sue ombre tentacolari su questa battagliera enclave della tradizione rivierasca, manifestandosi attraverso imponenti aborti cementizi che violentano la venerabile sacralità del fiume e ne alterano il corso. Ne è scandaloso modello l’insieme dei resti di una centrale idroelettrica nei pressi di Casalgrasso, opera ingegneristica mai portata a termine, paradigma dello scarso interesse nazionale in materia di tutela delle acque interne.

Se ciò deturpa inequivocabilmente i paesaggi delle terre del Po, non bisogna dimenticare che crimini ancor peggiori continuano ad essere impunemente perpetrati da cavatori abusivi, contrabbandieri, ladri di motori e pescatori di frodo che scorrazzano liberamente a fari spenti nelle fredde notti padane, provocando gravi danni all’economia locale e mutando i delicati equilibri naturali creati dal Grande Fiume nel corso dei secoli.

Al di là di tali incresciose situazioni, il fascinoso viaggio di Rumiz, dopo un indimenticabile incontro con il bardo Francesco Guccini, volge al termine oltrepassando l’agognato Delta e giungendo sull’isola di Sansego, di fronte alle coste istriane.

È da qui che lo scrittore lancia un messaggio di profonda comunione che apparenta fiumi e uomini, epoche ed eventi, concludendo, di fatto, un’epopea di acqua e di carta che val la pena assaporare.

Spixana (Spezzano Albanese), 25/VIII/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)


sabato 19 agosto 2023

MEDAGLIE E PRISMI

di

Ettore Marino 

Mai avevo concorso a un premio letterario. Mi son rifatto nel giro di poche settimane: col “Francesco Graziano” a Cosenza (15 VI 2023) e con l’“Agostino Ribecco” a Spezzano Albanese (2 VIII 2023). Il “Graziano” contemplava quattro sezioni: singola lirica, singolo racconto, raccolta di liriche, romanzo. Come usa alle Olimpiadi, al Tour de France, e in cento altre manifestazioni sportive, un podio tripartito (oro, argento, bronzo) gratificava i vincitori, sezione per sezione. Oltre ai premiati, c’erano pure i menzionati, sì che dire di tutti è impossibile. Mi limito dunque a riportare, con il permesso della Casa Editrice ilfilorosso, madre ubertosa del Concorso, il brano d’apertura del poemetto che, nella sezione della lirica solinga, fu premiato con l’oro. Di Andrea Napoli, dunque, Dall’entroterra: “Sebbene si dicano molte cose, i morti rassomigliano ai morti; / meno ai cingolati, alle orchidee o alle macchie nere / che compaiono al sole. Sopra le città invernali / un ritaglio di cielo bluastro precipita sul balcone dei presenti, / la dea della balalaika annuncia lo scoppio della guerra, / poi si scopre che la guerra è già avvenuta ed avviene tuttavia. / Adesso che anche la regalità è senza garanzie, / salvo il fatto che più in là è una casa nuova ed è un quartiere / buio e non sappiamo se è reale, approfittiamo. / Se non avessimo percorso km di strade dove nessuno passa, / penseremmo che neanche noi ci siamo, / come il ragazzo che chiudendo gli occhi è convinto di sparire. / Il sesso ha scelto per noi un nome dal calendario, / un giro solubile di soluzioni, un terzo piano senza ascensore / ed un letto scigato che gli sia d’accanto, / tra la notte e il giorno. Ciascuno ha almeno un occhio buono, / come tu stessa puoi notare, e al riparo aspetta / di adagiarsi in consolanti fossati d’abitudine, o che il plotone / che ha mirato starnutisca, nel frattempo. / Ripetiamo, in conclusione e con estrema onestà: / per masticare meglio ci vogliono i denti, anche se fanno male. [...]” 

In equa compagnia con Serena Cavallini, autrice di Lunedì di Pasqua, fu fregiato d’argento Ettore Marino, che concorreva (buffo è dire di sé alla terza persona!) con Dopo di te: lirica breve, che riporterò tutta: “La cosa è sempre troppo oltre. L’io / è un al di qua, gattino / che invidia le zampe sue stesse. / Non fu mai glabro / il mondo: è lama di rasoio / lungo una guancia ispida. / La rosa che declina / troverà grazia in braccio al suolo, tu / nell’eco di un sorriso. Idolo mai / rese felice l’idolatra. / Cosa fa un re nel cuore della notte? / Quale sogno lo sogna? / È sempre l’ora che precede l’ultima, / sempre l’istante prima dell’istante / che dimenticherai. / Il nubifragio d’ogni vanità / incorona il buffone / di corte, il re si desta / nel sogno del buffone, la liana / cui t’abbrancasti è appesa in cielo, un picchio / vi dà di becco, il tuo fratello è troppo / ligio alla legge, e non ti pagherà / nessuna multa, lei che ami ama / Santa Romana Chiesa più di quanto / non ami te.”

Le liriche e i racconti che più piacquero sono comunque raccolti in un volume avente a titolo Sogni di terre perse dentro l’acqua. Su due soli racconti zampetterò qualche nota. Sono i soli che lessi, ammaliato dai titoli. Il primo è Una perfetta proporzione matematica, di Ilina Sancineti, secondo nella sua sezione ex aequo con Legittima difesa, di Lella Buzzacchi; l’altro, che ebbe mera menzione, s’intitola Caporal Tabacco, e venne fuori dal calamo di Salvatore La Moglie. Una perfetta proporzione matematica mette sul foglio un mulìebre io narrante, uno stanco consorte, un gatto rosso, un tarchiato saccente edicolante. Nell’io che narra montano l’ansia e il vuoto: ora enunciati, ora riverberati per brevi e sapidi correlativi oggettivi. Ogni attimo è sospeso. L’io ha un nome: Iris. Lo sapremo da Marco, invocato e salvifico amico della remota infanzia. La lingua è eletta, le immagini dense, la reticenza è magistrale. Caporal Tabacco si situa sul versante opposto. Nasce da un parlato che l’autore, volontariamente, non sublima tutto nello scritto. Una pacifica cornice d’altri dì chiude l’andare d’una fiaba: una fiaba paurosa, che avvenne e non avvenne in un un tempo remoto, in un borgo lontano. Dramatis personae: la donna-mostro e il valentissimo caporal Tabacco. Prevarrà il Bene? Prevarrà il Male? Non molesta, benché troppo apertamente enunciata, la morale che manda i bimbi a letto.

Altra cosa il “Ribecco”. Potevano concorrervi solo liriche brevi in lingua albanica. Tre i premiati anche qui, ma nessun podio. L’insieme delle liriche divenne infatti un solo raggio luminoso che il prisma degli esaminatori franse in tre bande cromatiche. Ogni banda incarnava una precisa virtù scrittoria, rappresa in questo o quel componimento. Nessun componimento poteva aspirare a un doppio e men che meno al triplo premio. Tre i vincitori, dunque: parigrado, e per virtù diverse - e cioè per: A) Competenza linguistica; B) Contenuto; C) Comunicazione. Per competenza linguistica vinse Ike (Fuggisti), di Ettore Marino (ancora io...); per contenuto fu premiata Jam (Sono), di Tommaso Campera; per comunicazione, Vatra (Il focolare), di Cosimo Scaravaglione. Con il permesso degli autori e degli organizzatori, riporto non già i testi, bensì le traduzioni che gli autori stessi dovettero fornire nell’atto di iscriversi al concorso; e ciò, sia per tirannide di spazio, sia perché il testo albanico costringerebbe la maggior parte degli arbëreshë cui questo scritto capitasse in mano a fingere di aver capito ciò che avrebbero finto di aver letto. 

E dunque: di Ettore Marino, Ike (Fuggisti): “Senza parola colpevole, / senza sguardo falso, / sparisti, ti smarristi / come foglia dall’albero; / se abbraccio te / abbraccio vento; / donna, in questo petto / edificasti solitudine. // Chi sappia perché il gatto e il cane sono nemici; / chi sappia ove si cela il vento quando non soffia; / e perché il sogno nidifica nel sonno; / e perché la nube si fa pioggia e la pioggia rivolo: / egli solo sa perché fuggisti. / Giacché fuggisti, donna: / fuggisti, fuggisti come la luce che con rabbia / s’avventa sugli oggetti, li mostra, e vi rimane. // Fuggisti, e sei luce, / luce spalmata ovunque, come un velo; / sei la pelle del mondo, e la mia morte. / Sei la mia morte, donna: / io, che ti volli, e volli per me solo.” 

Di Tommaso Campera, Jam (Sono): “Io sono il vento / che dal monte soffia in primavera / e sono la tenebra della notte in cielo / dove danza e splende la stella. // Sono le pietre / che lentamente costruirono le mura / e sono la quiete giù in cantina / dove sta bevendo e ride il paesano. // Sono la falce di ferro / che per un pezzo di pane taglia il grano / sono il falco che nel cielo vola: / ‘Chi sei tu, che laggiù passi?’ // Sono il tempo eterno / che predice la vita gioiosa / e sono il passato ed il ieri: / sono il futuro, sono il domani. // Sono colui che venne dalla Morea / che qui costruì una nuova vita / su di un legno... mi portò il destino: / parlando la lingua del padre. // Colui che venne in terra straniera sono / ma i sogni non li ho spenti / ho ricamato le speranze estirpando rovi; / con i pantaloni, sulle ginocchia, lacerati. // Io sono il giovane cinquecentenario / tra due patrie l’anima divisa / sono l’uomo che viene dal tempo passato / un arbëresh, che il tempo, non ha dimenticato.” 

Di Cosimo Scaravaglione, Vatra (Il focolare): “Se qualche volta dovrò trovare riposo da questa vita così dura / che mi toglie il respiro e mi lascia come morto / verrò a fermarmi nella tua casa / dove grande e maestoso mi si apre... il Focolare!!! // Davanti al fuoco caldo come il sole / sdraiato sopra una sedia rotta / voglio diventare cenere e brace / per bruciare come paglia questa solitudine! // Perché il focolare è una favola antica / che ci raccontava la nonna quando (fuori) pioveva / e che ti riempiva di dolcezza / quando avevi il cuore triste e malato... // E il focolare è come un padre / che ti protegge dalla cattiveria / che entra dentro casa / quando sei solo senza compagnia! // E il focolare... È come il tempo passato / la radice che ti viene a salvare / quando più forte la vita ti colpisce / e tu non sai più da dove vieni!”

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 19/VIII/2023


lunedì 10 luglio 2023

ARDIAN CHE VOLEVA SVUOTARE IL MARE

di

Mario Gaudio

Mentre, accompagnati dalle spensierate melodie di fatui tormentoni musicali estivi, ci accingiamo ad assaltare con spirito vacanziero gli splendidi e assolati chilometri di costa che circondano il Belpaese, i principali mezzi di informazione continuano ‒ ahimè, stancamente ‒ a raccontare di drammi legati ad immigrazioni che rendono le spiagge italiche agognato punto di arrivo ideale e reale per migliaia di esseri umani il cui bagaglio si riduce ad «una bisaccia vuota e una storia infinitamente piena».

Da buoni cittadini e onesti lavoratori cerchiamo di smorzare temporaneamente il ricordo del grigiore dell’ufficio o della fatica del cantiere lambendo le acque di mari su cui si è consumata la Storia, consapevoli ‒ ma non abbastanza ‒ che, ad alcune miglia dalla battigia, quelle stesse acque diventano spesso un enorme sepolcro liquido che ricopre con inesorabile cinismo le esistenze, i sogni e le speranze di uomini e donne incalzati dai morsi famelici della disperazione e da quelli mortiferi della fame. 

Non si tratta di viaggi di eroi ‒ nessun novello Enea conduce a nuovi lidi i sopravvissuti di Troia ‒ né tantomeno di traversate esplorative ‒ l’onnipresente GPS renderebbe inutili persino un Colombo o un Magellano ‒, ma di impari lotte tra la rassegnazione e la speranza, la realtà e l’illusione, la patria e l’ignoto che, di frequente, si concludono nel più tragico dei modi.

Assunta Morrone ha colto nel segno lo spirito che alimenta le tante migrazioni, condensando in una novella semplice e delicata i timori e le difficoltà di una navigazione tanto improvvisata quanto fondamentale per cambiare in positivo le sorti di alcune famiglie albanesi costrette a lasciare la loro terra nel 1991, caotico momento di transizione tra gli strascichi di un vecchio regime e le insicurezze di una nascente democrazia.

Protagonisti del racconto sono due bambini ‒ Ardian ed Erina ‒ che filtrano i tragici momenti e le necessità della partenza attraverso l’incosciente innocenza infantile che traduce quel doloroso distacco dalla madrepatria prima nell’illusorio tentativo di svuotare il mare e poi nel consolante pensiero di ripercorrere le medesime rotte che l’antico eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg aveva solcato secoli addietro.

L’approdo in terra italiana risulta poco traumatico per i giovanissimi viaggiatori che, una volta sbarcati, vengono accompagnati nell’accogliente borgo di San Giorgio Albanese in cui il busto bronzeo del condottiero albanese presente sulla piazza principale e le parole pronunciate dagli abitanti in un idioma tutto sommato familiare danno l’impressione di essere ancora tra le vie della natìa Saranda.

L’itinerario descritto si snoda dunque dall’Albania all’Arbëria con le acque dell’Adriatico che separano due lembi di terra legati indissolubilmente da origini, consuetudini e ideali comuni.

Morrone ci porge in dono una vicenda a lieto fine, nella quale l’immancabile alone di tristezza e nostalgia che accompagna ogni migrazione svanisce dinanzi alla luce di un modello di accoglienza e integrazione che i paesi arbëreshë hanno sperimentato e consolidato da lunghissimo tempo.

Tuttavia, sebbene i percorsi migratori abbiano spostato il loro baricentro nel Mediterraneo, ancor oggi torme di disperati «ammonticchiati là come giumenti / sulla gelida prua morsa dai venti, / migrano a terre inospiti e lontane; / laceri e macilenti / varcano i mari per cercar del pane. // Traditi da un mercante menzognero, / vanno, oggetto di scherno allo straniero, / bestie da soma, dispregiati iloti / carne da cimitero / vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti» (Edmondo De Amicis).

Dinanzi a tale tetra prospettiva, il senso di civiltà, la comune appartenenza alla natura umana e le sane convinzioni religiose ci esortano ad acquisire consapevolezza del fenomeno per spianare confini e pregiudizi ed evitare inutili e dolorose stragi.

Sotto gli ombrelloni colorati che ci riparano da sempre più roventi canicole, dinanzi a quello stesso mare che rinfresca le nostre membra e decompone quelle di tanti migranti sfortunati, la lettura dell’agile volumetto di Assunta Morrone ci regala una piccola ma possente lezione di umanità.

Spezzano Albanese (Spixana), 09/VII/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)


domenica 4 giugno 2023

SCHERMO, GIOCO, IPOTESI E REALTÀ

 di

Ettore Marino

Amavo andare in bicicletta, seguivo con ardore le corse per TV, nutrivo un tifo indemoniato per Francesco Moser, e una buffa tempesta s’abbatté sui miei giorni. Le volate di Beppe Saronni erano colpi di rasoio. Vinceva, e ne morivo. Presi a fantasticare di infilzargli una punta di stilo nel mezzo della schiena: la punta sola, dico, che non lo avrebbe ucciso ma levato di sella per un pezzo. Di quella mia follia rido per come merita, e riderei con pace molto più soave se qualcuno non le avesse dato corpo infiggendo davvero una punta d’acciaio in una carne viva.   

Una fanciulla impavida, bionda di crine, grata di membra e dalle labbra strappabaci, aveva accelerato il lento, il solenne declino di Chris Evert e di Martina Navratìlova, regine del Tennis mulìebre. Stefanie Maria Graf era il suo nome: Steffi però per chi la amava, o per chi solo sapesse di lei. La amavo, io? L’immagine non è la donna. Steffi volteggiava e trionfava sullo schermo del televisore. Avessi conosciuto Saronni, gli avrei confessato il mio odio, ne avremmo riso insieme. Avessi frequentato la Graf, l’avrei desiderata? L’avrei amata? Avrei avuto cuore di palesarle la mia fiamma? La differenza tra me e un pazzo sta tutta e solamente nel fatto che io non lo sono. Amo giocare, io. So il gioco di contro alla realtà. Steffi era un gioco, che condensai nei versi che seguono, e che i più cari amici ancora mi ripetono con ironia fraterna: “Dolce mi graffi con sorrisi e sbuffi / di ritrosi pudori, o bionda Steffi. / E piaccia al Ciel ch’io, fatto forte, beffi / le malvagie distanze, e in te mi tuffi!”

Qualcuno, intanto, andava covando per davvero amore e odio insani. Una fanciulla serba di stirpe magiara era irrotta sui campi di Tennis contendendo lo scettro alla Graf. Aveva un sorriso da prima comunione, e una beltà da sagra di costume etnico. Vibrava a due mani ogni colpo, rovescio o dritto, cadenzandoli tutti d’un urlo in due momenti: il primo preparava l’altro, e questo dava libertà alla terra al sangue all’ansia all’anima: alla vittoria e alla felicità. Monica Seles non ha ancora vent’anni, e lo scettro è ormai suo, saldamente. 

Non c’è mai sport senza classifica. Il Tennis, però, è una classifica senza remissione. Si tiene conto di ogni risultato, e di momento in momento tifosi e atleti e mondo intero sanno chi tra i tennisti è primo, chi secondo, chi terzo, chi quarto, e giù giù verso la tristezza. Dissi altre volte del prozio che classificava al calor bianco: ad ogni piè sospinto si chiedeva e chiedeva chi fosse il primo tra i poeti, il primo tra i filosofi, il primo tra i tenori, tra i giornalisti, tra gli attori, tra i cardiochirurghi, tra gli apparecchi fotografici, tra i frigoriferi, tra i saponi da barba - e arrivò a chiedere a me quale fosse la più quotata tra le religioni. La cosa è vita. Quotare è uccidere la cosa simulandone il possesso.

Ritorniamo sul campo di gioco. È il pomeriggio del 30 di Aprile del 1993. Torneo di Amburgo. Quarti di finale. Monica Seles, che ha vinto il primo set per 6-4, conduce nel secondo per 4-3 su Magdalena Maleeva. Arsa pare la terra del campo. Anche Monica ha sete. Beve un sorso di acqua, e stupore e dolore le strappano un urlo che la forma di ciò che non ha forma. Tutto è immoto, e si muove; tutto è altrove, ed è là. Un piccoletto calvo e goffo, sgusciato dagli spalti, le ha piantato una punta d’acciaio nel mezzo della schiena.

Non grave, la ferita. Monica cade però in preda a terrori e cupezze. Si sfogherà col cibo. Tornerà in campo due anni dopo. Giocherà bene, vincerà a volte, e pure tornei di prestigio: ma è solo l’ombra dell’alba sua vibrante. Un’affettuosa autoironia, che il punto fosse conquistato o perso, le aleggiava negli occhi, traluceva in sorrisi indulgenti, in smorfie un poco bambinesche. Soltanto l’urlo era lo stesso, a cadenzare l’eco dell’esiliata onnipotenza. È forse oggi serena, riconciliata col destino, mestamente felice a sua onta?  Non so. Mi limito a sperarlo.

Una speranza assai più ardua ci si deve forzare a nutrire per chi le flagellò la vita. Nel momento dell’insano gesto, Günther Parche era un disoccupato tornitore di 38 anni d’età. Non tollerava che il primato fosse passato dalla sua Steffi a Monica. Cosa lo rese folle? Non poterlo sapere dà la stura alle ipotesi. Io me lo fingo nato da madre affranta, incapace d’affetto, nemica, e da padre che, incline all’ira e onniclassificante, lo pretendeva primo in ogni cosa che facesse, lo affliggeva per ogni goffaggine, lo divorava ad ogni errore. Me lo figuro poi legato dall’amore a una ragazza che si rivelerà viperea, sadicamente derisoria di ogni pena che andava infliggendogli. A dar più peso al peso, voglio che si chiamasse Monica. Ciò immagino. Ciò valga quanto vale.

“A chiunque ha perduto ciò che non si ritrova / giammai, giammai...”, ebbe a cantare Charles Baudelaire. E che le note del suo canto cullino il buio e i lampi troppo rossi di quanto oggi ho narrato.

 Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 04/VI/2023


Nota biobibliografica

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni ilfilorosso, una sua raccolta di liriche intitolata Patibolo; che nel 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con Terre letterarie come lo è di farlo con L’Eco dello Jonio e con Le nuove ere; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.