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venerdì 25 agosto 2023

"MORIMONDO", EPOPEA DI ACQUA E DI CARTA

di

Mario Gaudio 

Ci sono viaggi che scuotono le esistenze anestetizzate dall’illusorio scintillio di un capitalismo divenuto sempre più inumano e incapace di contemplare al suo interno spazi riservati alla bellezza e al silenzio.

La tirannia dell’agenda quotidiana, la cancrenosa assuefazione alla superficialità, la malsana abitudine al consumo del non necessario, la diabolica catena della corsa all’iperproduzione ‒ ingannevole miraggio di un altrettanto chimerico benessere ‒ attoscano giorni che inesorabilmente si polverizzano, accorciando vite e riducendo le occasioni per godere di esperienze, persone e luoghi trascurati dalle nostre croniche disattenzioni.

Incapaci di evadere da gabbie senza sbarre impunemente battezzate col nome di “uffici” e stancamente arresi ad interminabili giornate dal sapore di tabacco e caffè, ci arrivano in provvidenziale soccorso alcuni testi in grado di scalfire le artificiose sicurezze, squarciando ingannevoli fondali di scena e aprendo sipari su insospettabili e affascinanti nuove realtà.

Morimondo, partorito dalla prolifica penna di Paolo Rumiz, appartiene a siffatta categoria di libri ed ha la forza ‒ o forse il coraggio ‒ di pronunciare un sacrosanto j’accuse contro l’odierna società acritica e distratta, raccontando di un microcosmo umano carico di valori che vive ‒ o comunque si sforza di farlo con suprema dignità ‒ lungo le rive del Po. 

L’autore, giornalista di carriera e instancabile viaggiatore, narra storie, riti e miti dell’italico fiume da un’inedita prospettiva acquatica, compiendo un’avventurosa navigazione da Staffarda ‒ poco sotto le sorgenti del Monviso ‒ sino all’Adriatico, punto di confluenza tra le acque fluviali e marine ed inizio di un nuovo itinerario.

La discesa verso il Delta è affrontata in compagnia di un gruppo di amici entusiasti e diventa occasione di contatto con l’antica cultura rivierasca custodita da gente semplice e tenace, abituata a vivere in simbiosi con il Grande Fiume e ad ascoltarne con sacro riguardo la voce. 

Tra le vaporose nebbie mattutine, l’ipnotica danza delle lucciole in mezzo ai canneti e le variopinte livree delle libellule si celano scricchiolanti moli che conducono ad accoglienti osterie immerse in atmosfere dei secoli andati. Attorno ai tavoli siedono uomini e donne del popolo del fiume che, tra un bicchiere di Bonarda e un’anguilla marinata, rievocano gli antichi racconti dei padri impregnati di gratitudine verso il Po, fonte primaria di sostentamento, e di paure ataviche provocate dalle rovinose piene, segno drammatico e tangibile dell’indiscutibile signoria della Natura.

Rumiz raccoglie questi umori, li miscela, li agita, li distilla attraverso gli alambicchi della scrittura, ricavandone una preziosa essenza che profuma di vite logorate dalla fatica, ma ritemprate e rese felici da un corso d’acqua che si trasforma in compagno di viaggio e inesauribile miniera di validi insegnamenti e mai tramontati valori di laboriosità e mutua assistenza.

Il fluire della corrente si trasmuta per Rumiz e compagni in un progressivo processo di liberazione interiore reso possibile dal consolidarsi del contrasto tra la terra ‒ la quale è manifestamente «norma, regola, legge, religione, solco dell’aratro, perimetro del tempio» ‒ e l’acqua che, al contrario, si configura come «spazio sacro ingovernabile, superficie senza recinti né frontiere».

Ne vien fuori un metaforico percorso dalla sorgente alla foce che, a ben pensarci, è, per questi novelli Argonauti e per noi appassionati lettori, una sorta di efficace «riassunto dell’esistenza».

La narrazione di Rumiz ha il potere di coinvolgere tutti i sensi. Priva di infiorettature retoriche, in essa convivono felicemente ‒ brillante amplesso liquido tra inchiostro e acqua di fiume ‒ la facilità dei tratti rettilinei e l’intrico dei passaggi più complessi che conducono a gustose digressioni antropologiche ed ampie parentesi riservate ai succulenti piatti della gastronomia padana, ai sanguigni vini locali e alle espressioni caratteristiche di arcaici dialetti ormai in via di estinzione. 

Non mancano incursioni nelle sconfinate regioni del mito che si concretizzano nella riproposizione di vetuste leggende di storioni parlanti, mostruose entità fluviali ‒ tra cui primeggiano il serpentiforme Tarantasio e l’infida Borda, maligna divinità preposta a risucchiare nelle tenebre i malcapitati che sostavano ai limiti dei pozzi ‒ e creature dalle delicate sembianze femminili apparse misteriosamente tra le onde per soccorrere pescatori e battellieri in procinto di annegare.

La sensibilità dell’autore si concentra altresì su pratiche di culto a cui i rivieraschi continuano ad essere particolarmente legati. Tra queste vanno obbligatoriamente menzionate le rogazioni, processioni celebrate per chiedere la salubrità del clima e l’abbondanza e per impetrare protezione divina contro le devastanti piene. 

Tuttavia, sotto i campanili che costeggiano gli argini del Grande Fiume non mancano le tracce di antiche forme di devozione popolare nate nella nebulosa epoca in cui residui di paganesimo continuavano a sussistere, nelle aree geografiche più isolate, accanto ad un Cristianesimo non ancora pienamente affermato. Rumiz riporta in proposito due significativi esempi relativi alla notte di san Giovanni: l’accensione di grandi fuochi a Crissolo ‒ allo scopo di allontanare gli spiriti del male ‒ e la consuetudine, diffusa in ampie aree della Padania, di far passare le mucche sulla cenere per stornare dalle stalle e dalla terra gli influssi venefici.

Emerge con chiarezza l’animo del popolo del fiume che ha saputo, nonostante lo scorrere implacabile del tempo, serbare uno stile di vita legato all’eredità culturale degli avi e all’incondizionato rispetto nei confronti del Po. Tutto ciò non può che stupire se si considera che il piccolo mondo celebrato da Rumiz palpita nel bel mezzo dei distretti più produttivi e sviluppati del Paese.

La modernità ‒ o presunta tale ‒ allunga comunque le sue ombre tentacolari su questa battagliera enclave della tradizione rivierasca, manifestandosi attraverso imponenti aborti cementizi che violentano la venerabile sacralità del fiume e ne alterano il corso. Ne è scandaloso modello l’insieme dei resti di una centrale idroelettrica nei pressi di Casalgrasso, opera ingegneristica mai portata a termine, paradigma dello scarso interesse nazionale in materia di tutela delle acque interne.

Se ciò deturpa inequivocabilmente i paesaggi delle terre del Po, non bisogna dimenticare che crimini ancor peggiori continuano ad essere impunemente perpetrati da cavatori abusivi, contrabbandieri, ladri di motori e pescatori di frodo che scorrazzano liberamente a fari spenti nelle fredde notti padane, provocando gravi danni all’economia locale e mutando i delicati equilibri naturali creati dal Grande Fiume nel corso dei secoli.

Al di là di tali incresciose situazioni, il fascinoso viaggio di Rumiz, dopo un indimenticabile incontro con il bardo Francesco Guccini, volge al termine oltrepassando l’agognato Delta e giungendo sull’isola di Sansego, di fronte alle coste istriane.

È da qui che lo scrittore lancia un messaggio di profonda comunione che apparenta fiumi e uomini, epoche ed eventi, concludendo, di fatto, un’epopea di acqua e di carta che val la pena assaporare.

Spixana (Spezzano Albanese), 25/VIII/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)


sabato 19 agosto 2023

MEDAGLIE E PRISMI

di

Ettore Marino 

Mai avevo concorso a un premio letterario. Mi son rifatto nel giro di poche settimane: col “Francesco Graziano” a Cosenza (15 VI 2023) e con l’“Agostino Ribecco” a Spezzano Albanese (2 VIII 2023). Il “Graziano” contemplava quattro sezioni: singola lirica, singolo racconto, raccolta di liriche, romanzo. Come usa alle Olimpiadi, al Tour de France, e in cento altre manifestazioni sportive, un podio tripartito (oro, argento, bronzo) gratificava i vincitori, sezione per sezione. Oltre ai premiati, c’erano pure i menzionati, sì che dire di tutti è impossibile. Mi limito dunque a riportare, con il permesso della Casa Editrice ilfilorosso, madre ubertosa del Concorso, il brano d’apertura del poemetto che, nella sezione della lirica solinga, fu premiato con l’oro. Di Andrea Napoli, dunque, Dall’entroterra: “Sebbene si dicano molte cose, i morti rassomigliano ai morti; / meno ai cingolati, alle orchidee o alle macchie nere / che compaiono al sole. Sopra le città invernali / un ritaglio di cielo bluastro precipita sul balcone dei presenti, / la dea della balalaika annuncia lo scoppio della guerra, / poi si scopre che la guerra è già avvenuta ed avviene tuttavia. / Adesso che anche la regalità è senza garanzie, / salvo il fatto che più in là è una casa nuova ed è un quartiere / buio e non sappiamo se è reale, approfittiamo. / Se non avessimo percorso km di strade dove nessuno passa, / penseremmo che neanche noi ci siamo, / come il ragazzo che chiudendo gli occhi è convinto di sparire. / Il sesso ha scelto per noi un nome dal calendario, / un giro solubile di soluzioni, un terzo piano senza ascensore / ed un letto scigato che gli sia d’accanto, / tra la notte e il giorno. Ciascuno ha almeno un occhio buono, / come tu stessa puoi notare, e al riparo aspetta / di adagiarsi in consolanti fossati d’abitudine, o che il plotone / che ha mirato starnutisca, nel frattempo. / Ripetiamo, in conclusione e con estrema onestà: / per masticare meglio ci vogliono i denti, anche se fanno male. [...]” 

In equa compagnia con Serena Cavallini, autrice di Lunedì di Pasqua, fu fregiato d’argento Ettore Marino, che concorreva (buffo è dire di sé alla terza persona!) con Dopo di te: lirica breve, che riporterò tutta: “La cosa è sempre troppo oltre. L’io / è un al di qua, gattino / che invidia le zampe sue stesse. / Non fu mai glabro / il mondo: è lama di rasoio / lungo una guancia ispida. / La rosa che declina / troverà grazia in braccio al suolo, tu / nell’eco di un sorriso. Idolo mai / rese felice l’idolatra. / Cosa fa un re nel cuore della notte? / Quale sogno lo sogna? / È sempre l’ora che precede l’ultima, / sempre l’istante prima dell’istante / che dimenticherai. / Il nubifragio d’ogni vanità / incorona il buffone / di corte, il re si desta / nel sogno del buffone, la liana / cui t’abbrancasti è appesa in cielo, un picchio / vi dà di becco, il tuo fratello è troppo / ligio alla legge, e non ti pagherà / nessuna multa, lei che ami ama / Santa Romana Chiesa più di quanto / non ami te.”

Le liriche e i racconti che più piacquero sono comunque raccolti in un volume avente a titolo Sogni di terre perse dentro l’acqua. Su due soli racconti zampetterò qualche nota. Sono i soli che lessi, ammaliato dai titoli. Il primo è Una perfetta proporzione matematica, di Ilina Sancineti, secondo nella sua sezione ex aequo con Legittima difesa, di Lella Buzzacchi; l’altro, che ebbe mera menzione, s’intitola Caporal Tabacco, e venne fuori dal calamo di Salvatore La Moglie. Una perfetta proporzione matematica mette sul foglio un mulìebre io narrante, uno stanco consorte, un gatto rosso, un tarchiato saccente edicolante. Nell’io che narra montano l’ansia e il vuoto: ora enunciati, ora riverberati per brevi e sapidi correlativi oggettivi. Ogni attimo è sospeso. L’io ha un nome: Iris. Lo sapremo da Marco, invocato e salvifico amico della remota infanzia. La lingua è eletta, le immagini dense, la reticenza è magistrale. Caporal Tabacco si situa sul versante opposto. Nasce da un parlato che l’autore, volontariamente, non sublima tutto nello scritto. Una pacifica cornice d’altri dì chiude l’andare d’una fiaba: una fiaba paurosa, che avvenne e non avvenne in un un tempo remoto, in un borgo lontano. Dramatis personae: la donna-mostro e il valentissimo caporal Tabacco. Prevarrà il Bene? Prevarrà il Male? Non molesta, benché troppo apertamente enunciata, la morale che manda i bimbi a letto.

Altra cosa il “Ribecco”. Potevano concorrervi solo liriche brevi in lingua albanica. Tre i premiati anche qui, ma nessun podio. L’insieme delle liriche divenne infatti un solo raggio luminoso che il prisma degli esaminatori franse in tre bande cromatiche. Ogni banda incarnava una precisa virtù scrittoria, rappresa in questo o quel componimento. Nessun componimento poteva aspirare a un doppio e men che meno al triplo premio. Tre i vincitori, dunque: parigrado, e per virtù diverse - e cioè per: A) Competenza linguistica; B) Contenuto; C) Comunicazione. Per competenza linguistica vinse Ike (Fuggisti), di Ettore Marino (ancora io...); per contenuto fu premiata Jam (Sono), di Tommaso Campera; per comunicazione, Vatra (Il focolare), di Cosimo Scaravaglione. Con il permesso degli autori e degli organizzatori, riporto non già i testi, bensì le traduzioni che gli autori stessi dovettero fornire nell’atto di iscriversi al concorso; e ciò, sia per tirannide di spazio, sia perché il testo albanico costringerebbe la maggior parte degli arbëreshë cui questo scritto capitasse in mano a fingere di aver capito ciò che avrebbero finto di aver letto. 

E dunque: di Ettore Marino, Ike (Fuggisti): “Senza parola colpevole, / senza sguardo falso, / sparisti, ti smarristi / come foglia dall’albero; / se abbraccio te / abbraccio vento; / donna, in questo petto / edificasti solitudine. // Chi sappia perché il gatto e il cane sono nemici; / chi sappia ove si cela il vento quando non soffia; / e perché il sogno nidifica nel sonno; / e perché la nube si fa pioggia e la pioggia rivolo: / egli solo sa perché fuggisti. / Giacché fuggisti, donna: / fuggisti, fuggisti come la luce che con rabbia / s’avventa sugli oggetti, li mostra, e vi rimane. // Fuggisti, e sei luce, / luce spalmata ovunque, come un velo; / sei la pelle del mondo, e la mia morte. / Sei la mia morte, donna: / io, che ti volli, e volli per me solo.” 

Di Tommaso Campera, Jam (Sono): “Io sono il vento / che dal monte soffia in primavera / e sono la tenebra della notte in cielo / dove danza e splende la stella. // Sono le pietre / che lentamente costruirono le mura / e sono la quiete giù in cantina / dove sta bevendo e ride il paesano. // Sono la falce di ferro / che per un pezzo di pane taglia il grano / sono il falco che nel cielo vola: / ‘Chi sei tu, che laggiù passi?’ // Sono il tempo eterno / che predice la vita gioiosa / e sono il passato ed il ieri: / sono il futuro, sono il domani. // Sono colui che venne dalla Morea / che qui costruì una nuova vita / su di un legno... mi portò il destino: / parlando la lingua del padre. // Colui che venne in terra straniera sono / ma i sogni non li ho spenti / ho ricamato le speranze estirpando rovi; / con i pantaloni, sulle ginocchia, lacerati. // Io sono il giovane cinquecentenario / tra due patrie l’anima divisa / sono l’uomo che viene dal tempo passato / un arbëresh, che il tempo, non ha dimenticato.” 

Di Cosimo Scaravaglione, Vatra (Il focolare): “Se qualche volta dovrò trovare riposo da questa vita così dura / che mi toglie il respiro e mi lascia come morto / verrò a fermarmi nella tua casa / dove grande e maestoso mi si apre... il Focolare!!! // Davanti al fuoco caldo come il sole / sdraiato sopra una sedia rotta / voglio diventare cenere e brace / per bruciare come paglia questa solitudine! // Perché il focolare è una favola antica / che ci raccontava la nonna quando (fuori) pioveva / e che ti riempiva di dolcezza / quando avevi il cuore triste e malato... // E il focolare è come un padre / che ti protegge dalla cattiveria / che entra dentro casa / quando sei solo senza compagnia! // E il focolare... È come il tempo passato / la radice che ti viene a salvare / quando più forte la vita ti colpisce / e tu non sai più da dove vieni!”

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 19/VIII/2023


lunedì 10 luglio 2023

ARDIAN CHE VOLEVA SVUOTARE IL MARE

di

Mario Gaudio

Mentre, accompagnati dalle spensierate melodie di fatui tormentoni musicali estivi, ci accingiamo ad assaltare con spirito vacanziero gli splendidi e assolati chilometri di costa che circondano il Belpaese, i principali mezzi di informazione continuano ‒ ahimè, stancamente ‒ a raccontare di drammi legati ad immigrazioni che rendono le spiagge italiche agognato punto di arrivo ideale e reale per migliaia di esseri umani il cui bagaglio si riduce ad «una bisaccia vuota e una storia infinitamente piena».

Da buoni cittadini e onesti lavoratori cerchiamo di smorzare temporaneamente il ricordo del grigiore dell’ufficio o della fatica del cantiere lambendo le acque di mari su cui si è consumata la Storia, consapevoli ‒ ma non abbastanza ‒ che, ad alcune miglia dalla battigia, quelle stesse acque diventano spesso un enorme sepolcro liquido che ricopre con inesorabile cinismo le esistenze, i sogni e le speranze di uomini e donne incalzati dai morsi famelici della disperazione e da quelli mortiferi della fame. 

Non si tratta di viaggi di eroi ‒ nessun novello Enea conduce a nuovi lidi i sopravvissuti di Troia ‒ né tantomeno di traversate esplorative ‒ l’onnipresente GPS renderebbe inutili persino un Colombo o un Magellano ‒, ma di impari lotte tra la rassegnazione e la speranza, la realtà e l’illusione, la patria e l’ignoto che, di frequente, si concludono nel più tragico dei modi.

Assunta Morrone ha colto nel segno lo spirito che alimenta le tante migrazioni, condensando in una novella semplice e delicata i timori e le difficoltà di una navigazione tanto improvvisata quanto fondamentale per cambiare in positivo le sorti di alcune famiglie albanesi costrette a lasciare la loro terra nel 1991, caotico momento di transizione tra gli strascichi di un vecchio regime e le insicurezze di una nascente democrazia.

Protagonisti del racconto sono due bambini ‒ Ardian ed Erina ‒ che filtrano i tragici momenti e le necessità della partenza attraverso l’incosciente innocenza infantile che traduce quel doloroso distacco dalla madrepatria prima nell’illusorio tentativo di svuotare il mare e poi nel consolante pensiero di ripercorrere le medesime rotte che l’antico eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg aveva solcato secoli addietro.

L’approdo in terra italiana risulta poco traumatico per i giovanissimi viaggiatori che, una volta sbarcati, vengono accompagnati nell’accogliente borgo di San Giorgio Albanese in cui il busto bronzeo del condottiero albanese presente sulla piazza principale e le parole pronunciate dagli abitanti in un idioma tutto sommato familiare danno l’impressione di essere ancora tra le vie della natìa Saranda.

L’itinerario descritto si snoda dunque dall’Albania all’Arbëria con le acque dell’Adriatico che separano due lembi di terra legati indissolubilmente da origini, consuetudini e ideali comuni.

Morrone ci porge in dono una vicenda a lieto fine, nella quale l’immancabile alone di tristezza e nostalgia che accompagna ogni migrazione svanisce dinanzi alla luce di un modello di accoglienza e integrazione che i paesi arbëreshë hanno sperimentato e consolidato da lunghissimo tempo.

Tuttavia, sebbene i percorsi migratori abbiano spostato il loro baricentro nel Mediterraneo, ancor oggi torme di disperati «ammonticchiati là come giumenti / sulla gelida prua morsa dai venti, / migrano a terre inospiti e lontane; / laceri e macilenti / varcano i mari per cercar del pane. // Traditi da un mercante menzognero, / vanno, oggetto di scherno allo straniero, / bestie da soma, dispregiati iloti / carne da cimitero / vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti» (Edmondo De Amicis).

Dinanzi a tale tetra prospettiva, il senso di civiltà, la comune appartenenza alla natura umana e le sane convinzioni religiose ci esortano ad acquisire consapevolezza del fenomeno per spianare confini e pregiudizi ed evitare inutili e dolorose stragi.

Sotto gli ombrelloni colorati che ci riparano da sempre più roventi canicole, dinanzi a quello stesso mare che rinfresca le nostre membra e decompone quelle di tanti migranti sfortunati, la lettura dell’agile volumetto di Assunta Morrone ci regala una piccola ma possente lezione di umanità.

Spezzano Albanese (Spixana), 09/VII/2023

(Pubblicato su dirittodicronaca.it, Registrazione Tribunale di Castrovillari (Cs) N. 4/09 del 02/11/2009)


domenica 4 giugno 2023

SCHERMO, GIOCO, IPOTESI E REALTÀ

 di

Ettore Marino

Amavo andare in bicicletta, seguivo con ardore le corse per TV, nutrivo un tifo indemoniato per Francesco Moser, e una buffa tempesta s’abbatté sui miei giorni. Le volate di Beppe Saronni erano colpi di rasoio. Vinceva, e ne morivo. Presi a fantasticare di infilzargli una punta di stilo nel mezzo della schiena: la punta sola, dico, che non lo avrebbe ucciso ma levato di sella per un pezzo. Di quella mia follia rido per come merita, e riderei con pace molto più soave se qualcuno non le avesse dato corpo infiggendo davvero una punta d’acciaio in una carne viva.   

Una fanciulla impavida, bionda di crine, grata di membra e dalle labbra strappabaci, aveva accelerato il lento, il solenne declino di Chris Evert e di Martina Navratìlova, regine del Tennis mulìebre. Stefanie Maria Graf era il suo nome: Steffi però per chi la amava, o per chi solo sapesse di lei. La amavo, io? L’immagine non è la donna. Steffi volteggiava e trionfava sullo schermo del televisore. Avessi conosciuto Saronni, gli avrei confessato il mio odio, ne avremmo riso insieme. Avessi frequentato la Graf, l’avrei desiderata? L’avrei amata? Avrei avuto cuore di palesarle la mia fiamma? La differenza tra me e un pazzo sta tutta e solamente nel fatto che io non lo sono. Amo giocare, io. So il gioco di contro alla realtà. Steffi era un gioco, che condensai nei versi che seguono, e che i più cari amici ancora mi ripetono con ironia fraterna: “Dolce mi graffi con sorrisi e sbuffi / di ritrosi pudori, o bionda Steffi. / E piaccia al Ciel ch’io, fatto forte, beffi / le malvagie distanze, e in te mi tuffi!”

Qualcuno, intanto, andava covando per davvero amore e odio insani. Una fanciulla serba di stirpe magiara era irrotta sui campi di Tennis contendendo lo scettro alla Graf. Aveva un sorriso da prima comunione, e una beltà da sagra di costume etnico. Vibrava a due mani ogni colpo, rovescio o dritto, cadenzandoli tutti d’un urlo in due momenti: il primo preparava l’altro, e questo dava libertà alla terra al sangue all’ansia all’anima: alla vittoria e alla felicità. Monica Seles non ha ancora vent’anni, e lo scettro è ormai suo, saldamente. 

Non c’è mai sport senza classifica. Il Tennis, però, è una classifica senza remissione. Si tiene conto di ogni risultato, e di momento in momento tifosi e atleti e mondo intero sanno chi tra i tennisti è primo, chi secondo, chi terzo, chi quarto, e giù giù verso la tristezza. Dissi altre volte del prozio che classificava al calor bianco: ad ogni piè sospinto si chiedeva e chiedeva chi fosse il primo tra i poeti, il primo tra i filosofi, il primo tra i tenori, tra i giornalisti, tra gli attori, tra i cardiochirurghi, tra gli apparecchi fotografici, tra i frigoriferi, tra i saponi da barba - e arrivò a chiedere a me quale fosse la più quotata tra le religioni. La cosa è vita. Quotare è uccidere la cosa simulandone il possesso.

Ritorniamo sul campo di gioco. È il pomeriggio del 30 di Aprile del 1993. Torneo di Amburgo. Quarti di finale. Monica Seles, che ha vinto il primo set per 6-4, conduce nel secondo per 4-3 su Magdalena Maleeva. Arsa pare la terra del campo. Anche Monica ha sete. Beve un sorso di acqua, e stupore e dolore le strappano un urlo che la forma di ciò che non ha forma. Tutto è immoto, e si muove; tutto è altrove, ed è là. Un piccoletto calvo e goffo, sgusciato dagli spalti, le ha piantato una punta d’acciaio nel mezzo della schiena.

Non grave, la ferita. Monica cade però in preda a terrori e cupezze. Si sfogherà col cibo. Tornerà in campo due anni dopo. Giocherà bene, vincerà a volte, e pure tornei di prestigio: ma è solo l’ombra dell’alba sua vibrante. Un’affettuosa autoironia, che il punto fosse conquistato o perso, le aleggiava negli occhi, traluceva in sorrisi indulgenti, in smorfie un poco bambinesche. Soltanto l’urlo era lo stesso, a cadenzare l’eco dell’esiliata onnipotenza. È forse oggi serena, riconciliata col destino, mestamente felice a sua onta?  Non so. Mi limito a sperarlo.

Una speranza assai più ardua ci si deve forzare a nutrire per chi le flagellò la vita. Nel momento dell’insano gesto, Günther Parche era un disoccupato tornitore di 38 anni d’età. Non tollerava che il primato fosse passato dalla sua Steffi a Monica. Cosa lo rese folle? Non poterlo sapere dà la stura alle ipotesi. Io me lo fingo nato da madre affranta, incapace d’affetto, nemica, e da padre che, incline all’ira e onniclassificante, lo pretendeva primo in ogni cosa che facesse, lo affliggeva per ogni goffaggine, lo divorava ad ogni errore. Me lo figuro poi legato dall’amore a una ragazza che si rivelerà viperea, sadicamente derisoria di ogni pena che andava infliggendogli. A dar più peso al peso, voglio che si chiamasse Monica. Ciò immagino. Ciò valga quanto vale.

“A chiunque ha perduto ciò che non si ritrova / giammai, giammai...”, ebbe a cantare Charles Baudelaire. E che le note del suo canto cullino il buio e i lampi troppo rossi di quanto oggi ho narrato.

 Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 04/VI/2023


Nota biobibliografica

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni ilfilorosso, una sua raccolta di liriche intitolata Patibolo; che nel 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con Terre letterarie come lo è di farlo con L’Eco dello Jonio e con Le nuove ere; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.

domenica 14 maggio 2023

L'URGENZA DI DUE STORIE

 di

Ettore Marino

Due storie urgono in punta di penna. Vogliono ch’io le narri, così come a me furono narrate: parecchio tempo addietro, e da chi non c’è più. Le narrerò con uno scopo, un assai chiaro scopo, del quale dirò in chiusa. Adesso, infatti, è l’ora della prima storia.

Città d’Italia, e non so quale. L’epoca, quella in cui tutti portavano il mantello. In un ridotto di teatro, sfaccendati e ricolmi di noia, alcuni gentiluomini consumavano le ore della sera vantando chi le proprie conquiste mulìebri, chi la beltà dei cavalli che aveva in scuderia, chi la destrezza nel tirare di scherma. Non dubitava alcuno né delle proprie né delle altrui virtù. Ma quando uno di essi, il più giovane e biondo, si dichiarò animoso al punto da potersi recare da solo al centro del cimitero in piena notte, un coro di incredulo stupore lo investì. Il giovane, però, scrutò gli amici ad uno ad uno, con fiera aria di sfida, e la brigata sfidò lui: “Domani, qui, a quest’ora. Ti porteremo un martello e un paletto appuntito. Lo pianterai innanzi alla cappella della tua famiglia. Col giorno andremo a verificare. Sarai il re, tra noi, se lo avrai fatto per davvero.”

Grande era la città dei morti, e al casto lume della luna il biondo giovane avanzava, lieto del suo coraggio; andava, il biondo giovane, martello in tasca, paletto in mano, e andando canticchiava un motivetto sciocco e allegro. Ed ecco il luogo convenuto: la cappella in cui dormono gli avi, il sacrario in cui lui, un giorno assai lontano, sazio di feste e di sospiri, riposerà per sempre. Stringe e soppesa con la mano il paletto che alla luce del sole lo farà eroe e re. Poggia un ginocchio in terra. Cava il martello di tasca: un colpo, due colpi, tre colpi, quattro colpi, e il simpatico scettro è confitto nel suolo. Nell’atto di rialzarsi, un inatteso gelo lo abbranca in gola. Sarà il custode a trovarlo cadavere, all’alba. Con il paletto, aveva ribadito al suolo l’ultimo lembo del mantello. Levandosi su per andar via, la catena gli si era stretta al collo. Il terrore aveva fatto il resto. 

Seconda storia. Ignota anche qui la città, remoto il tempo; quanto alle maschere del dramma, attribuirò loro un nome, e per giunta il più ovvio: per gusto letterario, per ansia di chiarezza. La scena, un caseggiato di quelli che ospitavano mortali d’ogni indole e ceto. L’epilogo si brucerà in un’aula di Tribunale.      

Nel detto caseggiato, dunque, viveva un ciabattino di mezza età. Non senza sforzo, soleva egli portare il suo panchetto da lavoro in un cantuccio della corte e, mestamente lieto, dava alla luce scarpe nuove o sottraeva al buio scarpe malconce. Efesto era il suo nome, ed era zoppo dalla nascita.

Ed ecco che in quello stesso caseggiato, un giorno che pareva eguale a tutti gli altri, venne a risiedere un tal Marzio, che aveva una trentina d’anni, una barba possente, un possente torace, e gambe svelte e forti. Sovracuta e dolciastra, la voce sua non s’accordava all’amena armonia delle membra, sibbene al taglio, sgraziato, delle labbra e all’ingrato sorriso che gliele increspava.

Il Marzio lavorava presso un’Agenzia di assicurazioni. Era stato avanzato di grado, da cui l’aumento di stipendio che gli aveva permesso di acquistar casa lì. Spesso rientrava in compagnia ora di una ora di un’altra donzella. Ma la città era da sempre di costumi così placidamente gai, che un conquistatore di femmine ovvero un pagatore delle stesse non correva alcun rischio di invidia o di sdegno.

Ora però prese a accadere che, solo o meno che fosse, sia uscendo sia rientrando, il Marzio s’accostasse al panchetto sul quale Efesto dava alla luce o sottraeva al buio le discrete custodi dei piedi, gli battesse una mano sulla spalla e, soffiando tra denti e labbra quella brutta sua voce, trillasse: “Eh, il nostro povero zoppo!”, e andava via. E sempre Efesto ringraziava con una grassa risata di perdono quell’elemosina che gli veniva messa in mano. Finché venne la volta che a quel sorriso, che a quella voce, che a quelle parole, rispose sprofondando il coltello trinciacuoio nella pancia serena dell’assicuratore.

La difesa si svolse così. L’avvocato s’alzò, si guardò intorno, inspirò di naso e: “Signor presidente,” disse “signori della Corte…”, e ritornò a guardarsi intorno, a inspirare di naso, a sedersi. Si rialzò quasi subito, guardò intorno di nuovo, prese fiato, ritornò a dire: “Signor presidente, signori della Corte…” e, volto ancora lo sguardo dattorno e inspirata quanta aria poté, si sedette di nuovo, stette beato qualche po’, per tornare ad alzarsi, lentissimo, a ripetere ancora quanto già detto e ripetuto. Non appena si fu riseduto, il giudice tuonò: “Vuole farci impazzire, avvocato?!?”

 “Io?”

  L’omicida fu assolto.

 Lo scopo che mi snodò la penna a narrare le storie era quello di chiedere all’eventuale lettore che le conoscesse di comunicare, a me direttamente su WhatsApp o a Mario Gaudio sul sito della sua gazzetta, almeno una delle fonti, se pur mai esse esistono. Volevo ciò. Ora, però, lo voglio e non lo voglio. Provai gioia a narrare. Feci letteratura. Accadute realmente o inventate da altri, le storie non acquistano o perdono corpo e verità. Scelga dunque il lettore: se mai le fonti conoscesse, me ne renda partecipe se e solo se lo vuole. Sapere, infatti, non sempre è necessario, e qui per certo non lo è. Grazie comunque a tutti!

Vaccarizzo Albanese (Vakaric), 14/V/2023


Nota biobibliografica

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni ilfilorosso, una sua raccolta di liriche intitolata Patibolo; che nel 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con Terre letterarie come lo è di farlo con L’Eco dello Jonio e con Le nuove ere; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.